Chiedersi chi si occuperà degli anziani è legittimo, in un paese come il nostro, dove il sistema di welfare si basa prima di tutto sulla famiglia. Nella maggior parte dei casi sono i figli o i familiari stretti a farsi carico dell’assistenza degli anziani fragili, talvolta arrivando a rinunciare al lavoro. Nel frattempo, però, aumentano i giovani che vanno a vivere lontano dai genitori per migliorare le proprie condizioni di vita. Cosa accadrà quando le prossime generazioni diventeranno anziane, ma senza avere la famiglia vicino?

«L’Italia è una Repubblica fondata sulla famiglia». Qualche anno fa la gaffe di un concorrente di un quiz televisivo si guadagnò qualche articolo di giornale. Eppure, oggi, viene difficile pensare che in fondo le cose non stiano davvero così.

E se questa consapevolezza sottolinea l’importanza dei legami parentali nella nostra cultura, dall’altro fa emergere anche la tendenza di fare a scaricabarile e di lasciare che siano proprio i nuclei famigliari a gestire tutto il carico che sono in grado di portare, a partire dall’aspetto del welfare.

Uno Stato, dunque, che interviene solo in ultima istanza, a supportare un lavoro che prima, lo si dà quasi per scontato, deve essere svolto dai parenti. Nell’abito della cura agli anziani questo atteggiamento diventa evidente. L’assistenza alla persona fragile, malata e non più autosufficiente, viene affidata quasi completamente al caregiver familiare. Nella maggior parte dei casi questo ruolo è ricoperto da una donna, che si ritrova a dover gestire l’equilibrio tra lavoro e assistenza, magari arrivando perfino a dover rinunciare al primo.

Ma cosa accade, allora, quando i tempi cominciano a cambiare? Quando i giovani in cerca di condizioni di lavoro migliori iniziano a trasferirsi in un’altra regione, oppure all’estero? Alcuni di loro, magari, hanno intenzione di fare ritorno a un certo punto della loro vita, ma altri probabilmente dovranno rimanere per sempre nella nuova città o nazione che li ha accolti.

A questo punto, con la famiglia che viene a mancare, i genitori diventati anziani potranno contare su un sostegno solido da parte dello Stato?

I figli che vivono vicino ai genitori

Non è solo una percezione: tra il Sud e il Nord dell’Europa esistono delle differenze nel modo di concepire i legami famigliari. Particolarità che vengono alla luce anche quando si tratta di scegliere se vivere o meno nelle vicinanze dei propri genitori.

Secondo un’analisi di Gianpiero Dalla Zuanna e Chiara Gargiulo, del Dipartimento di Scienze Statistiche Università di Padova, pubblicata su Luoghidicura.it, nel nostro Paese il 66% degli anziani ultraottantenni può contare su almeno un figlio che vive non più lontano di un chilometro da casa sua.

Non solo, ma il 57% dei figli unici di coppie over80 sceglie di stabilirsi entro questo raggio di distanza rispetto ai genitori. Percentuali in linea con quelle di Spagna, Portogallo e Grecia, ma che raccontano una realtà molto diversa rispetto a quella di Danimarca o Svezia. In questi Paesi, a vivere vicino ai genitori anziani sono rispettivamente il 18% e il 24% dei figli. Non solo, ma persino i nostri vicini francesi non superano la soglia del 32%.

E se questo scenario da un lato riflette sicuramente uno specifico sentire culturale riguardo l’importanza dei legami famigliari in Italia, dall’altro lato sposta l’attenzione sulla necessità di effettuare determinate scelte, avendo bene in mente l’assistenza al genitore anziano e fragile.

Figli che se ne vanno

I figli di cui parlavamo nel paragrafo precedente hanno verosimilmente più di 50 anni. Alcuni potrebbero anche essere vicini o aver già superato i 70. Si tratta quindi di persone non più giovanissime, con una situazione lavorativa ormai probabilmente stabile se non già in pensione. Insomma, senza alcuna idea di cambiare vita e trasferirsi in un altro luogo.

Questo discorso non può, però, valere per i figli dei figli, la generazione che oggi ha meno di 40 anni. A mano a mano che l’età scende, si fa più pressante la spinta verso l’emigrazione, in cerca di prospettive migliori dal punto di vista lavorativo.

Svimez è un’associazione privata senza fini di lucro che promuove lo studio delle condizioni economiche del Mezzogiorno in Italia. Nel 2019 ha pubblicato un rapporto in cui certificava che la crisi economica e la carenza di lavoro in quelle regioni era sempre peggiore.

Si accodava ai dati ISTAT del 2017 in cui si parlava di 110mila movimenti da Nord a Sud in un solo anno, con una perdita netta pari a 54mila abitanti. Nell’arco degli ultimi 20 anni, le regioni meridionali hanno perso circa un milione di residenti. Nella maggior parte dei casi sono giovani che si trasferiscono in città che offrono migliori prospettive come Milano, Roma, Firenze e Venezia.

Ma è proprio da una delle regioni più ricche d’Italia, la Lombardia, che parte un altro flusso importante, quello dei giovani che vanno all’estero. Sempre secondo l’ISTAT sono 816mila gli italiani che si sono trasferiti all’estero negli ultimi 10 anni e il trend è in aumento.

Le destinazioni più ambite sono la Germania e il Regno Unito pre-brexit, a seguire Francia e Svizzera. Più della metà di loro sono persone con titoli di studio medio alti, come diploma o laurea. E sono soprattutto le donne altamente qualificate a cambiare nazione per cercare condizioni di lavoro più in linea con le loro necessità e le loro ambizioni.

Le necessità di chi diventa anziano

Per tante persone diventare anziani significa vedere aumentare la propria fragilità e la propria debolezza. Qualche primo acciacco, condizioni di salute che possono peggiorare a mano a mano che gli anni passano. Si finisce con l’aver bisogno di aiuto per gestire anche le attività quotidiane.

Nella maggior parte dei casi, infatti, si richiede assistenza per lo svolgimento dei lavori domestici e per la preparazione dei pasti. Ma può anche subentrare una difficoltà di mobilità al di fuori della propria casa e quindi, banalmente, la necessità di essere accompagnati a fare la spesa, alle visite mediche o a qualsiasi altra commissione.

Anche la cura e l’igiene personale possono rivelarsi più complicate se la malattia complica i movimenti del corpo. Nei casi in cui poi subentra la demenza, allora servirà anche una persona che ricopra un ruolo di vigilanza e non lasci mai da solo l’anziano.

Chiunque sia stato accanto a una persona affetta da Alzheimer o da altre patologie simili, saprà che, con il passare dei mesi, si finisce per dover sopperire a tutto. Attività domestiche, igiene personale, somministrazione di medicinali, accompagnamento della persona in bagno ogni volta che ne ha bisogno e, soprattutto, un costante monitoraggio di questa per evitare che possa compiere movimenti che la mettano in pericolo.

Per quanto bene si voglia al parente fragile, non possiamo nasconderci che il carico di cura e assistenza può diventare davvero pesante da sostenere.

Non sempre ci si può permettere una badante

Quasi ogni anziano, a un certo punto della sua vita, dovrà richiedere una qualche forma di aiuto. E la prima porta a cui si bussa è quella dei propri famigliari. O, al contrario, i parenti stretti sono i primi ad accorrere non appena si rendono conto della necessità del loro caro.

«Oltre tre quarti dei principali caregivers su cui può contare l’anziano non autosufficiente per fronteggiare le esigenze della propria quotidianità sono invero costituiti dai figli e dal coniuge dell’interessato. Seguono, per ordine di importanza, le assistenti famigliari (termine declinato al femminile, data la loro prevalente caratterizzazione di genere), che risultano impiegate da circa un terzo delle famiglie interpellate, mentre appare molto meno significativo il contributo offerto dai servizi territoriali (ASL e Comune) o da altre reti informali (vicini, amici, volontariato)», si legge in un’indagine di Luoghidicura.it.

Come vengono assistiti gli anziani oggi

Secondo il Rapporto OASI 2019 a cura di CERGAS-Bocconi, ci sono circa 2 milioni e 900mila over80 che non sono più autosufficienti. Ma di questi, solo 287mila vengono ospitati all’interno di RSA: meno del 10%. Altri 779mila sono poi in carico all’Assistenza domiciliare integrata e di loro, un terzo non è autosufficiente. Quelli che mancano all’appello fanno invece affidamento sulle cure di un caregiver famigliare o, per chi se lo può permettere, di una badante.

In Italia non esistono dati ufficiali rispetto alla quantità di caregiver famigliari attualmente attivi. Sono tuttora persone che operano nell’ombra, senza tutele e senza alcun riconoscimento da parte dello Stato.

Ad oggi resta fermo in Senato l’unico Disegno di legge che vuole provare a regolamentare e a dare un supporto al lavoro svolto da queste figure fondamentali: il Ddl S.1461 recante “Disposizioni per il riconoscimento ed il sostegno del caregiver familiare” è tuttora fermo in Senato.

Vi sono però delle stime operate da un importante istituto di sondaggi come l’ISTAT, che ha realizzato un’indagine per approfondire un tema urgente in Italia, ovvero quello della conciliazione tra il lavoro e la famiglia.

E tra i tanti aspetti analizzati, vi era anche quello della cura a un parente fragile. Così, sappiamo che nel 2018 vi erano 12 milioni e 746 mila persone, con un’età compresa tra i 18 e i 64 anni, impegnati nell’assistenza di figli minori di 15 anni oppure di altri famigliari che ne avevano necessità.

Di questo secondo gruppo facevano parte soprattutto persone anziane, disabili o malate. In tutto, i caregiver famigliari rappresentavano il 34,6% della popolazione, ma da questa fetta rimanevano comunque fuori i pensionati, i quali, seppur non più giovanissimi, si ritrovano a farsi carico dei genitori o dei coniugi non più autosufficienti.

Sempre dall’indagine emergeva come il 40% delle persone con un impiego doveva svolgere anche attività di cura. Scendendo più nel dettaglio si scopre come 2 milioni e 827mila persone si occupino di parenti non autosufficienti, mentre 646mila persone debbano pensare in contemporanea a figli con meno di 15 anni e a famigliari adulti fragili.

Non sorprende come la maggior parte siano donne, con un’età compresa tra i 45 e i 55 anni. Nel 60% dei casi hanno finito per dover abbandonare la propria attività lavorativa per dedicarsi all’assistenza.

«Quasi la metà dei caregiver non chiede aiuto per la cura, o preferisce chiedere ai parenti, piuttosto che ai servizi pubblici o privati, perché ritenuti troppo costosi o saturi», specifica l’indagine, riportata sul sito di PMI.it.

Il welfare in Italia

A differenza di altri Stati europei, il sistema di welfare in Italia delega alla famiglia buona parte dei suoi interventi, anche quando si tratta di prendersi cura di un parente anziano.

«In Italia, a una persona in stato di bisogno debbono provvedere, nell’ordine: il coniuge, i figli, i genitori, i parenti diretti in linea ascendente, i cognati, i suoceri, i fratelli. Se è vivente una persona in un gradino di questa scala, parenti e affini sugli scalini inferiori non sono tenuti a intervenire (ad esempio, se un anziano vedovo indigente ha figli, sono i figli che debbono intervenire, mentre cognati e fratelli sono esentati).

Inoltre, se sono presenti più parenti sullo stesso gradino, sono tutti tenuti a intervenire, ognuno secondo le sue disponibilità finanziarie: se non si accordano o non ottemperano ai loro obblighi interviene il giudice, un po’ come accade in caso di divorzio. Insomma, tutto è regolato con minuzia, con lo Stato che interviene a sostenere il soggetto debole solo in ultimissima istanza, per chi non ha proprio nessuno», hanno spiegato Giampiero Dalla Zuanna e Chiara Gargiulo.

Cosa bisogna fare

Appare evidente come un welfare che si regge sulla famiglia rischia di essere seriamente indebolito dalla crescente migrazioni degli italiani più giovani. In altre parole, chi si occuperà dei loro genitori, una volta diventati anziani? Sono domande che è arrivato il momento di porci. E le risposte si trovano soprattutto negli investimenti.

Sappiamo che dei 3,1 milioni di disabili presenti nel nostro Paese, la metà sono ultra 75enni e che almeno 1,8 milioni sono costretti a sopravvivere con una pensione di 500 euro al mese. In questo modo non è possibile pagare una badante o la permanenza in una RSA. Le sovvenzioni che arrivano dallo Stato non sono sufficienti a riempire il gap e così la famiglia deve farsi carico dell’intero programma di assistenza.

Ma l’Italia è anche un Paese che invecchia e non potremo continuare a fare affidamento sui parenti più giovani. Dobbiamo tutti pensare al nostro futuro da anziani e chiederci come potremo viverlo al meglio.

Per questo abbiamo bisogno di uno Stato che investa e faccia in modo che i servizi pubblici e privati diventino accessibili a tutti, che le persone anziane siano inserite in una rete di servizi che si faccia carico delle loro necessità a mano a mano che queste emergono. Naturalmente, facendo in modo che la famiglia partecipi a tutte queste fasi, ma senza che i parenti diventino lavoratori non pagati e non riconosciuti.

Sitografia di riferimento

  1. Istat: 816mila italiani all’estero. Calano del 17% gli ingressi degli immigrati. Ansa. 2019
  2. Gli italiani all’estero: quanti sono, dove sono andati e quando sono partiti. Il Sole 24 Ore – Info Data. 2019
  3. Rapporto OASI 2019. CERGAS-Bocconi
  4. Caregiver: quanti sono, i dati ISTAT. PMI.it. 2021

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