Nella conferenza stampa di giovedì 15 luglio, organizzata da Serenity in collaborazione con UNEBA, si è riflettuto sul ruolo insostituibile delle RSA all’interno della filiera dei servizi nel nostro paese. Ne possiamo davvero fare a meno? La risposta è evidentemente “no” e – cosa ancor più importante – porre la questione in questi termini ideologici distoglie l’attenzione dalle vere necessità del settore.


Di Giulia Dapero

Andare oltre le ideologie

«Costruiamo luoghi e non non-luoghi. Costruiamo realtà vive e non realtà di oppressione o dove il singolo perde la sua ricchezza», sono le parole del professor Marco Trabucchi (Direttore scientifico Gruppo di Ricerca Geriatrica, Brescia), che ha aperto la conferenza, moderata dalla dottoressa Raffaella Ria (Serenity).

“mondi vitali” è proprio l’espressione che ha richiamato per rendere più chiaro il concetto: questo sono le residenze per anziani e proprio per questo meriterebbero una maggiore attenzione. E ancora: «Siamo gestori di un mondo vivo e non di fallimenti», che non va inteso come l’”ultima spiaggia” per la persona ma piuttosto come una Casa a tutti gli effetti.

In questa prospettiva è chiaro allora che viene meno la contrapposizione – del tutto ideologica – tra RSA e domiciliarità che, come ha ricordato Franco Massi (Presidente UNEBA Nazionale), sono piuttosto misure di assistenza complementari che fanno parte della rete di servizi sociosanitari; rete che deve poter dare risposte specifiche e pertinenti ai bisogni di diversa intensità delle diverse persone anziane.

La Residenzialità è nella fattispecie una risposta al bisogno di persone anziane che hanno pluri-patologie, che sono sole, che soffrono di demenza e che non possono dunque trovare adeguata risposta assistenziale al domicilio. Ecco che la domiciliarità da sola non basta.

Parlare sulla base dei dati

Sono d’altra parte i dati stessi che ce lo confermano, e per questi dobbiamo ringraziare il Professor Antonio Sebastiano (Direttore Osservatorio RSA, LIUC Università Carlo Cattaneo), che ha chiarito in modo tecnico chi è l’utenza delle residenze sociosanitarie e perché, dunque, non solo non se ne può fare a meno ma occorre investire in questa direzione.

L’età media degli anziani che entrano in RSA è di 86 anni, di cui circa il 34% ha bisogno di assistenza costante per alimentarsi durante i pasti.

Di nuovo quindi, dati alla mano, Sebastiano ribadisce e conferma quanto detto da Massi: le residenze sono necessarie per i grandi anziani, non autosufficienti, pluri-patologici, sempre più frequentemente affetti da disturbi nella sfera cognitiva e con ridotta speranza di vita (si veda il dato di indice di rotazione dei Posti Letto in slide che segue). Come si può pensare di gestire a casa una tale complessità?

Sempre meno caregiver familiari

A conclusione, inoltre, un altro dato preoccupante: nonostante l’Italia sia il paese più vecchio d’Europa – e secondo solo al Giappone nel mondo – oggi circa metà dell’Assistenza agli anziani non autosufficienti nel nostro paese si regge in modo del tutto informale sui caregiver familiari (Il 63% della popolazione di sesso femminile esercita un ruolo di caregiver nel proprio nucleo familiare e nell’80% dei casi lo fa con una frequenza giornaliera, facendosi dunque carico di situazioni pesantissime).

Ma ciò in futuro sarà sempre meno sostenibile, perché anche la famiglia italiana sta ormai cambiando: sono cresciuti i nuclei mono-genitoriali, si sono ridotte le coppie con figli e sono aumentate quelle senza figli, così come sono aumentati gli ultra-sessantenni che vivono soli.

Ci saranno quindi sempre meno caregiver familiari e, come ricorda Sebastiano, anche «questo dovrebbe illuminare sulla necessità di investire in maniera significativa e pesante sulla rete di offerta sociosanitaria, al cui interno giocano ruolo decisivo le RSA come nodo della filiera che arriva nella fase terminale del percorso della non autosufficienza».

Le RSA come luogo di ricomposizione sociale

Tutto conduce quindi a comprendere che no, non possiamo fare a meno delle RSA. E non possiamo però nemmeno ricadere nell’altra ideologia secondo cui dovremmo costruire “RSA più piccole e umanizzanti”, assolutamente non sostenibili in termini economici.

Come ha infatti ricordato Luca Degani (Presidente UNEBA Lombardia), il problema non sono le RSA o le loro dimensioni, il problema è comprendere che rispondere ai bisogni di una popolazione che invecchia come quella italiana richiede un’azione programmatoria che trasformi i modelli di presa in carico.

E d’altra parte parlare di RSA, come suggerisce Fabio Toso (consigliere UNEBA Veneto), è riduttivo. Toso sottolinea come anche prima della pandemia le realtà non profit del Veneto fossero piuttosto enti capaci di offrire molti servizi.

La parola chiave secondo Toso è la stessa usata da Trabucchi in apertura: ricomposizione. Le Residenze per anziani sono luoghi di ricomposizione sociale, capaci di ridare dignità ai diversi servizi sul territorio, oltreché in grado di ricomporre, appunto, quegli aspetti critici a livello clinico, psicologico, sociale o relazionale che investono la persona anziana oggi.

Una cultura forte per “mondi vitali”

Ma perché possano continuare a esserlo – e a svolgere il loro ruolo sempre meglio – serve «costruire attorno a questi mondi vitali qualcosa di significativo, partendo dalla formazione e dalla cultura». La cultura è infatti fondamentale secondo il Professor Trabucchi.

Questo mondo vitale, prosegue infatti, può essere alimentato solo dalla formazione, dalla cultura e dal nostro senso di responsabilità civile mentre, all’opposto, può venire avvilito e ucciso dalla burocrazia, dai conflitti tra operatori, dall’atmosfera di antagonismo con le famiglie o da un management debole.

E a proposito dell’importanza della cultura e della formazione Toso racconta dei grandi passi in avanti a livello formativo che si stanno compiendo in Veneto, per far fronte alla grande difficoltà di trovare personale infermieristico.

«In particolare abbiamo portato avanti un progetto di formazione complementare per gli operatori sociosanitari perché possano crescere loro e supportare la rete dei servizi, anche affiancando le figure infermieristiche», spiega Toso.

Un’azione fortemente innovativa in termini culturali, capace di dare valore a quel cuore – tanto grande quanto dimenticato dai media – che gli OSS delle residenze italiane hanno saputo avere in quest’anno e mezzo di pandemia.

Persone qualificate per aver cura di ogni anziano

Dunque anche di un’elevata professionalità e di persone altamente qualificate non possiamo fare a meno, perché i bisogni sono sempre più complessi e, appunto, i servizi sempre più multi-servizio. Servono di conseguenza anche manager più preparati (e anche su questo l’UNEBA Veneto sta lavorando, in collaborazione con l’Università di Verona).

In ultima analisi, ciò di cui parliamo è di studiare il modo – economico e culturale – per garantire un’assistenza appropriata agli anziani di domani. Per usare le parole di Degani:

«Tutti siamo per ricominciare, ma tutti siamo anche per garantire alle persone più a rischio un re-inizio che abbia più alte forme di tutela.

Che siano in RSA, che siano sul territorio, i grandi anziani devono essere presi in carico come fossero oggetti di cristallo nel negozio che è la società civile.»

Questo è il vero e unico obiettivo da tenere a mente, tutto il resto è ideologia sterile o, peggio, che svia l’attenzione da ciò che è importante.

Questa è la verità che i servizi e tutte le persone che in essi lavorano, dopo un anno e mezzo di comunicazione distorta, hanno diritto di veder emergere.


Nel video che segue l’introduzione di Raffaella Ria alla conferenza stampa


Come i lettori di CURA sanno, la nostra redazione si sta occupando da tempo di lavorare affinché venga riabilitato il ruolo e l’immagine delle Residenze sociosanitarie. Di seguito si propongono tutti gli articoli collegati a questo tema comparsi sulla nostra testata

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Casa Editrice Indipendente per una cultura condivisa nel settore dell’assistenza agli anziani.

Nella conferenza stampa di giovedì 15 luglio, organizzata da Serenity in collaborazione con UNEBA, si è riflettuto sul ruolo insostituibile delle RSA all’interno della filiera dei servizi nel nostro paese. Ne possiamo davvero fare a meno? La risposta è evidentemente “no” e – cosa ancor più importante – porre la questione in questi termini ideologici distoglie l’attenzione dalle vere necessità del settore.


Di Giulia Dapero

Andare oltre le ideologie

«Costruiamo luoghi e non non-luoghi. Costruiamo realtà vive e non realtà di oppressione o dove il singolo perde la sua ricchezza», sono le parole del professor Marco Trabucchi (Direttore scientifico Gruppo di Ricerca Geriatrica, Brescia), che ha aperto la conferenza, moderata dalla dottoressa Raffaella Ria (Serenity).

“mondi vitali” è proprio l’espressione che ha richiamato per rendere più chiaro il concetto: questo sono le residenze per anziani e proprio per questo meriterebbero una maggiore attenzione. E ancora: «Siamo gestori di un mondo vivo e non di fallimenti», che non va inteso come l’”ultima spiaggia” per la persona ma piuttosto come una Casa a tutti gli effetti.

In questa prospettiva è chiaro allora che viene meno la contrapposizione – del tutto ideologica – tra RSA e domiciliarità che, come ha ricordato Franco Massi (Presidente UNEBA Nazionale), sono piuttosto misure di assistenza complementari che fanno parte della rete di servizi sociosanitari; rete che deve poter dare risposte specifiche e pertinenti ai bisogni di diversa intensità delle diverse persone anziane.

La Residenzialità è nella fattispecie una risposta al bisogno di persone anziane che hanno pluri-patologie, che sono sole, che soffrono di demenza e che non possono dunque trovare adeguata risposta assistenziale al domicilio. Ecco che la domiciliarità da sola non basta.

Parlare sulla base dei dati

Sono d’altra parte i dati stessi che ce lo confermano, e per questi dobbiamo ringraziare il Professor Antonio Sebastiano (Direttore Osservatorio RSA, LIUC Università Carlo Cattaneo), che ha chiarito in modo tecnico chi è l’utenza delle residenze sociosanitarie e perché, dunque, non solo non se ne può fare a meno ma occorre investire in questa direzione.

L’età media degli anziani che entrano in RSA è di 86 anni, di cui circa il 34% ha bisogno di assistenza costante per alimentarsi durante i pasti.

Di nuovo quindi, dati alla mano, Sebastiano ribadisce e conferma quanto detto da Massi: le residenze sono necessarie per i grandi anziani, non autosufficienti, pluri-patologici, sempre più frequentemente affetti da disturbi nella sfera cognitiva e con ridotta speranza di vita (si veda il dato di indice di rotazione dei Posti Letto in slide che segue). Come si può pensare di gestire a casa una tale complessità?

Sempre meno caregiver familiari

A conclusione, inoltre, un altro dato preoccupante: nonostante l’Italia sia il paese più vecchio d’Europa – e secondo solo al Giappone nel mondo – oggi circa metà dell’Assistenza agli anziani non autosufficienti nel nostro paese si regge in modo del tutto informale sui caregiver familiari (Il 63% della popolazione di sesso femminile esercita un ruolo di caregiver nel proprio nucleo familiare e nell’80% dei casi lo fa con una frequenza giornaliera, facendosi dunque carico di situazioni pesantissime).

Ma ciò in futuro sarà sempre meno sostenibile, perché anche la famiglia italiana sta ormai cambiando: sono cresciuti i nuclei mono-genitoriali, si sono ridotte le coppie con figli e sono aumentate quelle senza figli, così come sono aumentati gli ultra-sessantenni che vivono soli.

Ci saranno quindi sempre meno caregiver familiari e, come ricorda Sebastiano, anche «questo dovrebbe illuminare sulla necessità di investire in maniera significativa e pesante sulla rete di offerta sociosanitaria, al cui interno giocano ruolo decisivo le RSA come nodo della filiera che arriva nella fase terminale del percorso della non autosufficienza».

Le RSA come luogo di ricomposizione sociale

Tutto conduce quindi a comprendere che no, non possiamo fare a meno delle RSA. E non possiamo però nemmeno ricadere nell’altra ideologia secondo cui dovremmo costruire “RSA più piccole e umanizzanti”, assolutamente non sostenibili in termini economici.

Come ha infatti ricordato Luca Degani (Presidente UNEBA Lombardia), il problema non sono le RSA o le loro dimensioni, il problema è comprendere che rispondere ai bisogni di una popolazione che invecchia come quella italiana richiede un’azione programmatoria che trasformi i modelli di presa in carico.

E d’altra parte parlare di RSA, come suggerisce Fabio Toso (consigliere UNEBA Veneto), è riduttivo. Toso sottolinea come anche prima della pandemia le realtà non profit del Veneto fossero piuttosto enti capaci di offrire molti servizi.

La parola chiave secondo Toso è la stessa usata da Trabucchi in apertura: ricomposizione. Le Residenze per anziani sono luoghi di ricomposizione sociale, capaci di ridare dignità ai diversi servizi sul territorio, oltreché in grado di ricomporre, appunto, quegli aspetti critici a livello clinico, psicologico, sociale o relazionale che investono la persona anziana oggi.

Una cultura forte per “mondi vitali”

Ma perché possano continuare a esserlo – e a svolgere il loro ruolo sempre meglio – serve «costruire attorno a questi mondi vitali qualcosa di significativo, partendo dalla formazione e dalla cultura». La cultura è infatti fondamentale secondo il Professor Trabucchi.

Questo mondo vitale, prosegue infatti, può essere alimentato solo dalla formazione, dalla cultura e dal nostro senso di responsabilità civile mentre, all’opposto, può venire avvilito e ucciso dalla burocrazia, dai conflitti tra operatori, dall’atmosfera di antagonismo con le famiglie o da un management debole.

E a proposito dell’importanza della cultura e della formazione Toso racconta dei grandi passi in avanti a livello formativo che si stanno compiendo in Veneto, per far fronte alla grande difficoltà di trovare personale infermieristico.

«In particolare abbiamo portato avanti un progetto di formazione complementare per gli operatori sociosanitari perché possano crescere loro e supportare la rete dei servizi, anche affiancando le figure infermieristiche», spiega Toso.

Un’azione fortemente innovativa in termini culturali, capace di dare valore a quel cuore – tanto grande quanto dimenticato dai media – che gli OSS delle residenze italiane hanno saputo avere in quest’anno e mezzo di pandemia.

Persone qualificate per aver cura di ogni anziano

Dunque anche di un’elevata professionalità e di persone altamente qualificate non possiamo fare a meno, perché i bisogni sono sempre più complessi e, appunto, i servizi sempre più multi-servizio. Servono di conseguenza anche manager più preparati (e anche su questo l’UNEBA Veneto sta lavorando, in collaborazione con l’Università di Verona).

In ultima analisi, ciò di cui parliamo è di studiare il modo – economico e culturale – per garantire un’assistenza appropriata agli anziani di domani. Per usare le parole di Degani:

«Tutti siamo per ricominciare, ma tutti siamo anche per garantire alle persone più a rischio un re-inizio che abbia più alte forme di tutela.

Che siano in RSA, che siano sul territorio, i grandi anziani devono essere presi in carico come fossero oggetti di cristallo nel negozio che è la società civile.»

Questo è il vero e unico obiettivo da tenere a mente, tutto il resto è ideologia sterile o, peggio, che svia l’attenzione da ciò che è importante.

Questa è la verità che i servizi e tutte le persone che in essi lavorano, dopo un anno e mezzo di comunicazione distorta, hanno diritto di veder emergere.


Nel video che segue l’introduzione di Raffaella Ria alla conferenza stampa


Come i lettori di CURA sanno, la nostra redazione si sta occupando da tempo di lavorare affinché venga riabilitato il ruolo e l’immagine delle Residenze sociosanitarie. Di seguito si propongono tutti gli articoli collegati a questo tema comparsi sulla nostra testata

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