La contenzione dell’anziano con demenza sembra (a volte) essere l’unica via per garantire la sicurezza. Ma è davvero così? O si tratta forse di un alibi che fonda le sue radici su stereotipi e presupposti culturali legati alla vecchiaia? La riflessione di Mauro Cauzer sull’approccio attuale, che privilegia gli aspetti meramente assistenziali, suggerisce una modalità di cura in grado di onorare la valenza umana e i diritti dell’anziano.

Di Mauro Cauzer, psicoterapeuta.

L’idea che gli anziani non abbiano più nulla da dare e che siano un peso economico per le generazioni più giovani è fondata sullo stereotipo secondo cui i contributi alla società sono dati soltanto dagli individui strutturati all’interno del sistema macroeconomico, cioè da coloro che possono essere considerati come forza lavoro disponibile sul mercato: dal momento che la capacità di produrre forza lavoro declina con l’età, gli anziani non hanno più nulla da offrire.

L’anziano è un cittadino portatore di diritti

Per sottrarsi a questo stallo ideologico, bisogna smettere di considerare l’anziano esclusivamente come una categoria da proteggere mediante diritti speciali, ma come un cittadino portatore di diritti alla pari di tutti gli altri cittadini del medesimo stato. E in quanto cittadino – e non specie protetta – l’anziano può continuare a operare all’interno di quella stessa società che lo ha visto attivo e partecipe del mondo produttivo, all’interno della quale può ancora costituire una risorsa a patto che si instauri – o meglio, si restauri – “una nuova cultura dell’invecchiamento”.

HOMES

Oltre gli stereotipi…

Se l’anziano sano non è più considerato parte attiva dalla società capitalistica, che dire allora di quegli anziani messi in strutture residenziali popolarmente definite “case di riposo”, dove il vocabolo riposo è sinonimo di inattività, cioè di inazione, inerzia, incapacità decisionale.         

…Verso una cultura dell’invecchiamento

Per raggiungere finalità concrete e contrastare tali stereotipi questa nuova cultura dell’invecchiamento deve entrare in ogni spazio della società e divenire al contempo formazione continua di tutti gli individui – in particolare degli operatori geriatrici – che sono in continuo contatto con le persone anziane fragili.

Il ruolo (fondamentale) della formazione

La funzione di questi operatori è fondamentale nelle situazioni in cui gli utenti si trovano a essere dipendenti e in posizione di debolezza. Le difficoltà nello svolgere con continuità, competenza e professionalità il lavoro con persone anziane, ci evidenziano l’importanza di due punti fondamentali:

  • una valida e qualificata preparazione tecnico-professionale
  • una formazione volta allo sviluppo di una specifica capacità di interazione con l’anziano, che privilegia l’aspetto affettivo relazionale come strumento di comunicazione interpersonale.
https://www.editricedapero.it/prodotto/la-nave-dei-pazzi/

L’approccio alla demenza: tra spersonalizzazione e incomprensione

Nell’attuale società si riscontra scarsa considerazione per la valenza umana, per i valori e per i diritti degli anziani, in particolare di quelli che manifestano un certo deterioramento, che sono (o che dovrebbero essere) uguali a quelli degli altri. Per esempio, in presenza di persone dementi si assiste spesso a un approccio degli operatori che privilegia gli aspetti meramente assistenziali, e che tende a spersonalizzare il malato. Infatti si punta molto sull’espletamento di funzioni assistenziali (il mantenimento dell’igiene, l’alimentazione, la terapia farmacologica somministrata secondo schemi precostituiti) ma non ci si interessa a stabilire un rapporto con la persona indementita.

Anzi, le sue manifestazioni emotivo-affettive non vengono considerate come un tentativo di comunicare, ma come sintomi del suo rimbecillimento. Di conseguenza, ogni tentativo di espressione di bisogni, sentimenti, vissuti peraltro in modo goffo e alterato a causa del degrado organico, avviene spesso attraverso risposte comportamentali che l’operatore può percepire come aggressive. Queste espressioni vengono quindi represse, facendo ricorso a terapie sedanti.

Tra rifiuto e compassione: ma l’anziano è in grado di percepire tutto

In generale, si può affermare che l’ambiente circostante sia poco sensibilizzato a cogliere le esigenze di queste persone, a recepire la loro insicurezza e la loro fragilità fisica e psichica. Si avverte un atteggiamento di distacco che alle volte arriva al rifiuto e – nel migliore dei casi – di compassione proprio a causa dell’incomprensione che si crea fra le persone più giovani e gli anziani. Quest’ultimi percepiscono quest’atmosfera e, per difesa, reagiscono ripiegandosi su sé stessi, isolandosi, rifiutando qualsiasi tipo di relazione.

Forme di contenzione e alibi

Nei casi peggiori purtroppo esiste il ricorso indiscriminato alle bandine e ai tavolini applicati alle sedie, alle porte chiuse, al sovradosaggio dei farmaci. Questi comportamenti diventano abitudinari e contrabbandati dalla motivazione che servono per preservare l’incolumità e la sicurezza. Alibi che pulisce ogni forma di coscienza e di cui l’operatore diventa convinto.

Tutto ciò genera situazioni conflittuali all’interno dell’istituzione, che reagisce con la stereotipia – la principale difesa che possiede – e che tende a vincolare e a uniformare i suoi membri. L’omogeneizzazione, in fondo, facilita il controllo.

Favorire la dipendenza complica il rapporto tra operatore e anziani

Quanto più i membri dell’istituzione, siano essi operatori o anziani, sono dipendenti per struttura della personalità o per fragilità fisica, tanto più tenderanno alla regressione e alla dipendenza.

Ma quando si favorisce la dipendenza aumentano proporzionalmente le esigenze, le frustrazioni, gli atti di ingratitudine e le situazioni persecutorie nei rapporti fra anziani e operatori.

Nel momento in cui l’operatore si avvicina alle persone che vivono in questa stato di difficoltà, anche con la volontà di migliorare o superare questa situazione, è necessario – prima di tutto – che ci “si renda conto” dell’altro e che si cerchi di dare un senso a certi suoi comportamenti.

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About the Author: Editrice Dapero

Casa Editrice Indipendente per una cultura condivisa nel settore dell’assistenza agli anziani.

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Di Mauro Cauzer, psicoterapeuta.

L’idea che gli anziani non abbiano più nulla da dare e che siano un peso economico per le generazioni più giovani è fondata sullo stereotipo secondo cui i contributi alla società sono dati soltanto dagli individui strutturati all’interno del sistema macroeconomico, cioè da coloro che possono essere considerati come forza lavoro disponibile sul mercato: dal momento che la capacità di produrre forza lavoro declina con l’età, gli anziani non hanno più nulla da offrire.

L’anziano è un cittadino portatore di diritti

Per sottrarsi a questo stallo ideologico, bisogna smettere di considerare l’anziano esclusivamente come una categoria da proteggere mediante diritti speciali, ma come un cittadino portatore di diritti alla pari di tutti gli altri cittadini del medesimo stato. E in quanto cittadino – e non specie protetta – l’anziano può continuare a operare all’interno di quella stessa società che lo ha visto attivo e partecipe del mondo produttivo, all’interno della quale può ancora costituire una risorsa a patto che si instauri – o meglio, si restauri – “una nuova cultura dell’invecchiamento”.

Oltre gli stereotipi…

Se l’anziano sano non è più considerato parte attiva dalla società capitalistica, che dire allora di quegli anziani messi in strutture residenziali popolarmente definite “case di riposo”, dove il vocabolo riposo è sinonimo di inattività, cioè di inazione, inerzia, incapacità decisionale.         

…Verso una cultura dell’invecchiamento

Per raggiungere finalità concrete e contrastare tali stereotipi questa nuova cultura dell’invecchiamento deve entrare in ogni spazio della società e divenire al contempo formazione continua di tutti gli individui – in particolare degli operatori geriatrici – che sono in continuo contatto con le persone anziane fragili.

Il ruolo (fondamentale) della formazione

La funzione di questi operatori è fondamentale nelle situazioni in cui gli utenti si trovano a essere dipendenti e in posizione di debolezza. Le difficoltà nello svolgere con continuità, competenza e professionalità il lavoro con persone anziane, ci evidenziano l’importanza di due punti fondamentali:

  • una valida e qualificata preparazione tecnico-professionale
  • una formazione volta allo sviluppo di una specifica capacità di interazione con l’anziano, che privilegia l’aspetto affettivo relazionale come strumento di comunicazione interpersonale.
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L’approccio alla demenza: tra spersonalizzazione e incomprensione

Nell’attuale società si riscontra scarsa considerazione per la valenza umana, per i valori e per i diritti degli anziani, in particolare di quelli che manifestano un certo deterioramento, che sono (o che dovrebbero essere) uguali a quelli degli altri. Per esempio, in presenza di persone dementi si assiste spesso a un approccio degli operatori che privilegia gli aspetti meramente assistenziali, e che tende a spersonalizzare il malato. Infatti si punta molto sull’espletamento di funzioni assistenziali (il mantenimento dell’igiene, l’alimentazione, la terapia farmacologica somministrata secondo schemi precostituiti) ma non ci si interessa a stabilire un rapporto con la persona indementita.

Anzi, le sue manifestazioni emotivo-affettive non vengono considerate come un tentativo di comunicare, ma come sintomi del suo rimbecillimento. Di conseguenza, ogni tentativo di espressione di bisogni, sentimenti, vissuti peraltro in modo goffo e alterato a causa del degrado organico, avviene spesso attraverso risposte comportamentali che l’operatore può percepire come aggressive. Queste espressioni vengono quindi represse, facendo ricorso a terapie sedanti.

Tra rifiuto e compassione: ma l’anziano è in grado di percepire tutto

In generale, si può affermare che l’ambiente circostante sia poco sensibilizzato a cogliere le esigenze di queste persone, a recepire la loro insicurezza e la loro fragilità fisica e psichica. Si avverte un atteggiamento di distacco che alle volte arriva al rifiuto e – nel migliore dei casi – di compassione proprio a causa dell’incomprensione che si crea fra le persone più giovani e gli anziani. Quest’ultimi percepiscono quest’atmosfera e, per difesa, reagiscono ripiegandosi su sé stessi, isolandosi, rifiutando qualsiasi tipo di relazione.

Forme di contenzione e alibi

Nei casi peggiori purtroppo esiste il ricorso indiscriminato alle bandine e ai tavolini applicati alle sedie, alle porte chiuse, al sovradosaggio dei farmaci. Questi comportamenti diventano abitudinari e contrabbandati dalla motivazione che servono per preservare l’incolumità e la sicurezza. Alibi che pulisce ogni forma di coscienza e di cui l’operatore diventa convinto.

Tutto ciò genera situazioni conflittuali all’interno dell’istituzione, che reagisce con la stereotipia – la principale difesa che possiede – e che tende a vincolare e a uniformare i suoi membri. L’omogeneizzazione, in fondo, facilita il controllo.

Favorire la dipendenza complica il rapporto tra operatore e anziani

Quanto più i membri dell’istituzione, siano essi operatori o anziani, sono dipendenti per struttura della personalità o per fragilità fisica, tanto più tenderanno alla regressione e alla dipendenza.

Ma quando si favorisce la dipendenza aumentano proporzionalmente le esigenze, le frustrazioni, gli atti di ingratitudine e le situazioni persecutorie nei rapporti fra anziani e operatori.

Nel momento in cui l’operatore si avvicina alle persone che vivono in questa stato di difficoltà, anche con la volontà di migliorare o superare questa situazione, è necessario – prima di tutto – che ci “si renda conto” dell’altro e che si cerchi di dare un senso a certi suoi comportamenti.

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