RSA risorsa per il territorio o semplice luogo dove gli anziani ricevono assistenza? Durante la pandemia, si è rafforzata l’idea secondo cui nelle residenze per anziani le persone siano abbandonate e muoiano sole. Invece è proprio in queste strutture che si celebra la vita, fino ai suoi ultimi giorni, e dove si crea una cultura dell’invecchiamento e dell’età anziana.

Chiudiamo le Rsa! Oppure, più sommessamente, entriamoci e proviamo a vedere cosa accade tra quelle mura che per un po’ di tempo si sono rese invalicabili a causa della pandemia. Chi è ospitato nelle residenze? Come trascorre le sue giornate? Sta bene, è felice?

Troppo spesso e troppo diffusamente abbiamo visto che queste domande vengono evitate per essere anticipate da risposte stereotipate: «Un anziano sta bene solo a casa sua», «Nelle strutture sono abbandonati a loro stessi». Ignoriamo così quella cultura dell’invecchiamento che le residenze sociosanitarie provano a trasmettere, tra ostacoli, difficoltà e sicuramente anche necessità di cambiamento.

Chi è l’anziano

Forse dovremmo partire da qui, dal chiederci chi sia l’anziano. Proprio durante la pandemia è emerso come sia troppo diffuso a livello sociale un concetto: superata una certa età, non si è più utili al sistema produttivo di un Paese. In altre parole, si è sacrificabili. E soprattutto non si può essere destinatari di investimenti economici e sociali, perché non si può garantire alcun guadagno.

«Nei secoli scorsi si moriva molto giovani, oggi invece si può raggiungere facilmente un traguardo di ottant’anni. La cultura dominante non ha considerato però questo salto epocale una risorsa per l’Uomo, bensì una perdita economica per gli Stati. La nostra società non è in grado di tollerare l’invalidità, l’inefficienza senile o il destino di morte», ha riassunto il dottor Bruno Zucca, in un articolo su GeneriamoSalute.it.

E così, prosegue: «A milioni di persone che hanno lavorato una vita intera non viene concessa l’opportunità di godere nell’ultima parte della loro esistenza di attività assistenziali, ricreative, culturali e sociali. I talenti umani rimasti inespressi nel periodo economicamente produttivo della vita non vengono valorizzati, neppure tardivamente. Si ritiene infatti dispendioso investire nel settore assistenziale, ricreativo e culturale, considerato economicamente troppo impegnativo per le finanze statali».

E dunque si finisce per negare la persona. La sua rete di affetti e relazioni, i suoi interessi, i suoi hobby, il suo desiderio di esprimersi, di stare bene anche durante l’ultima fase della sua vita. Persino se non è più autosufficiente o se la demenza le sta sottraendo alcune capacità di contatto con il mondo esterno.

Come vivono gli anziani in Italia

In Italia oggi ci sono 13milioni e 923mila persone che hanno più di 65 anni. E, tra questi, 4 milioni e 480mila sono ultraottentenni, il 7,6% della popolazione. L’ultimo rapporto ISTAT rivela inoltre che, nonostante proprio quest’ultima fascia sia stata la più colpita dalla pandemia, i numeri risultano in crescita. A calare sono invece i più giovani: i 15-64enni scendono dal 63,8% al 63,7%. Ma che l’Italia vada verso un progressivo aumento dell’età media è un dato che conosciamo da anni.

Nella maggior parte dei casi, vivono al di fuori delle RSA. Dal Rapporto OASI 2019, a cura di CERGAS-Bocconi, sappiamo che nonostante 2milioni e 900mila over80 non siano più autosufficienti, solo 287mila sono ospitati all’interno di strutture. In carico all’Assistenza domiciliare integrata ci sono invece 779mila ultrasessantacinquenni, di cui un terzo non autosufficienti. I rimanenti vengono assistiti da caregiver familiari o da badanti.

Secondo l’Associazione Domina, in Italia ci sono 1,6 milioni di lavoratori domestici, tra colf e badanti, di cui 753mila irregolari. In “nero”, insomma. E questo perché spesso le famiglie non si possono permettere di pagar loro i contributi e il supporto che ricevono dallo Stato non è sufficiente.

Se ci guardiamo attorno, lo vediamo chiaramente: per 13 milioni di persone ci sono 13 milioni di storie diverse. Non possiamo continuare a considerarli meramente numeri. C’è chi è ancora autosufficiente e pienamente autonomo, con una rete di relazioni consolidata, una vita indipendente e soddisfacente e tanti interessi da coltivare.

E poi c’è chi vive da solo, perché la sua famiglia non c’è più, oppure è lontana o, ancora, si sono rotti i rapporti. Quanti di loro non lo sappiamo con precisione, ma è sempre l’ISTAT nel 2018 a certificare che almeno il 40% degli over75 non ha familiari o amici a cui chiedere aiuto in caso di bisogno e solo l’11% di loro afferma di poter contare sui vicini di casa.

La solitudine degli anziani

La situazione è emersa nel modo più chiaro possibile proprio durante la pandemia, quando siamo stati costretti a trascorrere in casa la maggior parte del nostro tempo, mentre attività come bar, parrucchiere, e, in un primo tempo, anche mercati e messe, erano sospese. Niente più circoli ricreativi, niente più iniziative di quartiere. Solo casa, televisione e, forse, il volontario di qualche associazione che recapitava la spesa a domicilio.

«I caregivers che si occupano di persone con demenza, possono aver notato in questo periodo di quarantena, un aumento dei sintomi comportamentali, che vanno a complicare una situazione già di difficile gestione (possono esacerbarsi sintomi psicotici, aggressività, l’agitazione psicomotoria, l’alterazione del ritmo sonno-veglia). Le persone anziane più a rischio sono quelle che vivono da sole e che non hanno parenti stretti o con un quadro clinico generale già compromesso o con deficit cognitivi», avvertiva la dottoressa Ilenia Brizzi, psicologa e psicoterapeuta specializzata nel supporto al personale sanitario, già ad aprile 2020 in un’intervista a Bolognatoday.it.

Uno studio del Laboratorio LASERC della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma pubblicato su Frontiers in Psychiatry a novembre 2020 ha confermato questi sospetti. L’impatto dei primi due mesi di chiusura totale si è fatto sentire soprattutto su persone con più di 60 anni, affette già da Declino Cognitivo Lieve o Declino Cognitivo soggettivo. Prima di tutto, lo stile di vita è peggiorato: maggiore sedentarietà, dieta meno salutare e aumento del consumo di alcol e tabacco.

Ma a risentirne è stato anche il lato psicologico. Una persona su 5 ha ridotto gli hobby attivi come cucire, ricamare, fare bricolage e occuparsi del giardino. Tre su cinque, invece, hanno aumentato il tempo trascorso davanti alla TV o all’ascolto della radio. Con un continuo bombardamento di notizie sulla pandemia che non ha aiutato lo stato d’animo. In 1 partecipante allo studio su 5 sono stati rilevati sintomi depressivi e di disagio psicologico, mentre in uno su 10 è emersa una completa apatia.

«Ciononostante – hanno fatto notare le autrici –  quasi nessuno ha sentito la necessità di ricorrere ai servizi di supporto psicologico gratuito messi a disposizione per contrastare l’impatto emotivo della pandemia». Se aggiungiamo poi che colf e badanti in nero non hanno potuto più assisterli, perché non era possibile per loro dimostrare di uscire di casa per questioni lavorative, ci accorgiamo che soli erano e soli sono rimasti. Abbandonati, seppur fuori dalle RSA.

Una residenza, una comunità

Una struttura sociosanitaria non è la dependance di un ospedale per quei pazienti che non possono più occupare posti letto. E nemmeno un luogo dove ricoverare persone come fossero malati terminali: per quello esistono già gli hospice.

«Le RSA non devono essere “ospedalini”, ossia riproduzioni in piccolo della struttura ospedaliera, della sua routine giornaliera e del modo di vivere in ospedale. La permanenza in ospedale dura sino alla risoluzione di eventi acuti, mentre le RSA quasi sempre diventano anche “la casa” dei ricoverati, ed è questo lo scenario che va considerato come dominante per modellare il servizio» si fa notarein un articolo su Welforum.it.

In questi luoghi, quella che va a crearsi è una comunità in tutto e per tutto. Con le sue abitudini, i suoi spazi comuni, i suoi rituali e i suoi momenti di gioia e difficoltà. Ospitano persone non autosufficienti, fragili e spesso affette da demenza che non possono più essere curate a casa. E lo fanno creando nuclei più piccoli, da 20 o 25 posti letto. Le modalità naturalmente variano da regione a regione e da struttura a struttura, ma lo scopo resta lo stesso:

dare vita a un mondo protetto, dove chi lo abita possa ancora stare bene e non riceva semplicemente assistenza nell’attesa che la malattia faccia il suo corso. In RSA, dunque, si creano nuove relazioni, non si cancellano quelle che esistevano in precedenza.

«È cruciale garantire ai ricoverati una vita di relazione il più ricca possibile – si legge sempre nell’articolo su Welforum.it. – E offrire “vita di relazione” implica fantasia organizzativa: presenza di animazione, palestra, attività motorie, ingresso di associazioni e volontari, promuovere e sostenere il rapporto con i familiari (coltivare gli affetti), formazione a questo scopo degli operatori.

E chi è costantemente allettato non deve essere a priori escluso da offerte per potenziare le relazioni. Se le RSA sono “luoghi per la cura”, ricordiamo che chi non può coltivare affetti e relazioni si aggrava ed abbandona all’isolamento, e dunque anche questa è una importante forma di cura».

Le terapie non farmacologiche

«A livello scientifico è ampiamente riconosciuta l’importanza delle terapie non farmacologiche nella cura della demenza; permettono di ridurre il consumo di psicofarmaci, di rallentare il peggioramento dei sintomi cognitivi migliorando la qualità della vita delle persone malate», proseguono gli autori dell’articolo. Si parla quindi di metodi come C.S.T. (Cognitive Stimulation Therapy), validation, gentle care, pet therapy, doll therapy, terapia del “treno”, geromotricità e così via.

Ne parliamo spesso anche su Rivistacura.it. Pensiamo ad esempio al Metodo Validation, che ha come scopo proprio quello di non far sentir sola la persona affetta da declino cognitivo. Ideato in America alla fine degli anni ’60 dalla gerontologa e terapista Naomi Feil, si basa sul principio del dare valore alla persona e a tutto ciò che sente dentro, anche se non riesce a comunicarlo all’esterno in un modo cognitivamente corretto. Si tratta di esercitare empatia, di mettersi sullo stesso piano dell’anziano per affiancarlo lungo il suo cammino.

Come sapete, sono tanti gli esempi di attività e metodiche che vengono utilizzate nelle RSA. «Ognuna è indicata in una data fase di malattia e va naturalmente scelta e adattata su misura del malato. Implicando una forte presenza delle risorse umane, queste metodiche hanno dei costi, non alti considerati i risultati ottenibili, ma che andrebbero conteggiati nell’attribuzione dell’intensità di cura», sottolinea l’articolo di Welforum.it.

Ci sono poi i laboratori di cucina o di cucito, gli incontri con i bambini delle scuole, le feste, le uscite per chi non è allettato. Tutto questo con la pandemia ha subito un brusco stop, è vero, ma non significa che non ci sia mai stato o che non si stia lavorando per ristabilire la normalità anche nelle strutture.

La cultura dell’invecchiamento all’interno delle RSA

Dunque, è questa la cultura di cui le residenze per anziani si fanno portavoce:

il dare valore alla persona, anche se è fragile e malata. E non considerare l’individuo in base all’apporto che dà al sistema produttivo ed economico, ma in quanto soggetto con una storia, delle relazioni, un’esperienza. E soprattutto come qualcuno che vuole ancora vivere e stare bene, nonostante la non autosufficienza o nonostante la demenza.

Per questo motivo si ha cura di inserirlo in una nuova comunità, dove gli vengano offerti stimoli adatti alle sue capacità cognitive e in linea con le sue esigenze.

RSA risorsa per il territorio. I cambiamenti necessari

Certo, mentre il mondo e la società cambiano, anche le RSA devono evolversi per ristabilire il proprio ruolo di presidi sul territorio, punto di riferimento all’interno di una rete di servizi che metta al centro la persona fragile.

«La RSA del futuro ha l’occasione allora di diventare un luogo davvero aperto – prevede Sergio Pasquinelli, direttore di ricerca Irs (Istituto per la ricerca sociale),su Vita.it, – amico del territorio, capace di innescare una osmosi con i suoi abitanti, attraverso un insieme di proposte da progettare insieme alla comunità locale: aiuti domiciliari, di varia tipologia e intensità, centri diurni, sostegni ai familiari, supporti al lavoro privato di cura, quello svolto dalle badanti, proposte per l’invecchiamento attivo. Ma anche semplici azioni di informazione, orientamento e counseling, oggi ancora molto sporadiche».

Servirà un importante lavoro di ristrutturazione degli edifici, prevedendo magari camere singole e diversi spazi per lavorare in piccoli gruppi, con molta attenzione al verde e agli spazi esterni. Ma anche una revisione e un aggiornamento della normativa, che oggi risulta vecchia e superata. E soprattutto saranno necessari investimenti per una fascia di popolazione destinata a diventare sempre più numerosa nel futuro prossimo.

SITOGRAFIA DI RIFERIMENTO

  1. Rapporto demografico. ISTAT. 2020
  2. Quali RSA vogliamo? Welforum.it. 2020
  3. Rapporto OASI 2019. CERGAS-Bocconi
  4. Rsa più piccole e aperte al territorio: una sfida per il Terzo settore. Vita.it. 2020

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