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Le RSA un anno dopo dalla fine del primo pesante lockdown portano i segni di quanto accaduto, ma anche nuove risorse. Meritano di essere coinvolte attivamente dalle Istituzioni nella riorganizzazione del settore.


A oltre un anno dall’inizio di una situazione complessa e sconvolgente come è stata la pandemia, abbiamo voluto fare un’analisi per rispondere a una domanda: come stanno oggi le strutture per anziani? Parlando con chi se ne occupa sono emersi i problemi economici, la preoccupazione per letti che non vengono riempiti e per una reputazione rovinata da una narrazione ingiusta. Ma anche la voglia di tornare ad aprirsi alla comunità di cui fanno parte.


Maggio 2021. A distanza di oltre un anno dall’inizio della pandemia, come sono le RSA oggi? La risposta più immediata, forse, è «chiuse». Ma con le prime indicazioni di riapertura, l’aggettivo che meglio le descrive diventa «vuote». Di personale e di ospiti. Un effetto collaterale del Covid-19 e del lockdown, così come di una narrazione da parte dei media che ha fatto perdere a tante famiglie la tranquillità di affidare il proprio caro a una di queste strutture (Abbiamo parlato di questa narrazione anche di recente nell’articolo: Le RSA sui giornali: titolo per titolo, la superficialità di un racconto che non si fa domande). Perciò, dopo un anno, le RSA sono così: stanche, abbattute, in difficoltà.

RSA svuotate

«A gennaio 2020 avevo del personale motivato, a gennaio 2021 lo stesso personale era distrutto dalla pandemia, sconvolto per il trattamento ricevuto dai media e dalla politica» – ci racconta Sebastiano Capurso, presidente nazionale di ANASTE (Associazione nazionale strutture territoriali). – «Una parte di operatori e di infermieri se ne sono andati a causa delle assunzioni straordinarie per il Covid. Perciò ora siamo stremati, con strutture al 70% di occupazione e i costi che si sono vertiginosamente amplificati».


Qui su CURA abbiamo approfondito il tema della fuga di professionisti dalle strutture nell’articolo: Carenza di personale nelle RSA: le cause di un problema che non si vuole vedere.


Dopo essere state raccontate come luoghi di chiusura, occultamento e morte, non è facile riacquistare la fiducia delle famiglie. Ma così facendo ci perdono tutti: dalla struttura che fatica a trovare i fondi per sostenersi, agli anziani che non possono ricevere tutte le risposte ai loro bisogni solo dall’assistenza domiciliare, alle persone che stanno loro attorno e non trovano un aiuto per stare vicino al proprio caro, magari affetto da demenza e non più autosufficiente.

Le parole di Capurso vengono confermate anche da Paola Garbella, che dirige la Fondazione Cerigno Zegna Impresa Sociale, che opera nel biellese: «Da mesi sentiamo elencare i cambiamenti che questa crisi sta portando con sé. Cambiamenti collegati gli uni agli altri, non solo a livello locale, ma anche nazionale e mondiale.

Tra questi mutamenti, le nostre politiche socio-sanitarie annoverano anche l’inevitabile trasformazione delle residenze per anziani, che sembra ancora più imprescindibile data l’attuale difficoltà in cui queste ultime imperversano. Perciò, in qualità di Direttore Generale di una Fondazione che gestisce RSA, mi sono interrogata e confrontata sulla tragicità dell’esperienza vissuta e sulle sue implicanze, prima fra tutte la difficoltà di rioccupare i posti letto, con il derivante disagio nella sostenibilità dell’attività stessa».

I costi aumentati

E se da un lato le strutture sono in affanno perché faticano a riprendere il normale tasso di nuovi ingressi, dall’altro vengono loro richiesti sforzi economici ulteriori. «I costi hanno avuto un incremento importantissimo – denuncia Capurso. – La prima ragione ha riguardato sicuramente l’approvvigionamento di DPI e mascherine, che naturalmente stiamo ancora acquistando. E non dimentichiamoci che ad aprile 2020 questi dispositivi costavano anche 20 volte tanto. Ma le spese più importanti le abbiamo dovute sostenere per il personale aggiuntivo, che si è reso necessario assumere a causa della modifica degli standard e della diversa distribuzione degli operatori, e poi per le sanificazioni periodiche».

Ma non bisogna dimenticare nemmeno le operazioni più piccole come i tamponi e tutte le altre attività di controllo che le aziende sanitarie territoriali hanno dovuto imporre. E poi il passaggio da un sistema tradizionale di distribuzione dei pasti alle monoporzioni, o la riorganizzazione della lavanderia. «Tutto ciò ha portato a un aumento delle uscite, ma non abbiamo ricevuto nemmeno un centesimo in più rispetto a prima – fa notare il presidente di ANASTE.

– A volte mi sorprendo di come riusciamo ancora a stare in piedi. Sono vent’anni, poi, che le rette non vengono aggiornate e anche questo è un problema di cui nessun parla: i parametri che andavano bene negli anni ’90 oggi non reggono più, perché nel frattempo c’è stata l’inflazione e l’aumento dei costi per i nuovi contratti collettivi di lavoro».

In Veneto, ad esempio le strutture lamentano un incremento delle uscite del 10-15%, a fronte di 3mila posti letto ancora vuoti. A fare i conti è Roberto Volpe, Presidente dell’URIPA (Unione Regionale Istituzioni e Iniziative Pubbliche e Private di Assistenza per Anziani).

Quando le strutture hanno dovuto chiudersi di nuovo

«Quello che stiamo vivendo è un enorme passo indietro, culturale e temporale – mette in chiaro Paola Garbella. – È dagli anni ’90 che le “case di riposo” combattono per essere riconosciute come “residenze di servizi per le persone anziane”, ovvero strutture aperte al territorio, che ne integrano i servizi, che ospitano tirocinanti e stagisti, che realizzano progetti in collaborazione con scuole e istituti superiori, che collaborano con il volontariato e il terzo settore e che si fanno portavoce di una cultura dell’anzianità».

Ma tutto questo impegno è stato oscurato in pochi giorni, quando l’arrivo di un nemico invisibile ha costretto le persone a chiudersi dentro casa e le strutture a impedire l’ingresso agli esterni, per proteggere gli ospiti, anziani e fragili.

«Si sapeva, o avremmo dovuto sapere, che in caso di pandemia le strutture comunitarie, come ospedali, RSA, caserme, conventi, carceri e via dicendo, sarebbero stati i luoghi più interessati – interviene Sebastiano Capurso. – Solo che mentre una caserma è abitata da giovani, nelle RSA convivono anziani gravemente non autosufficienti e la cui salute è già stata fortemente compromessa da altre patologie. Sapevamo che quello sarebbe stato il posto in cui il virus avrebbe potuto compiere i maggiori danni. Avremmo dovuto intervenire subito».

Invece, in assenza di altre indicazioni dalle aziende sanitarie o dalle regioni, alle strutture non resta altro che chiudere. «Con il Dpcm del 4 marzo 2020, il Consiglio dei Ministri decretò la chiusura delle strutture a parenti, visitatori e volontari, con avviso di chiusura da esporre all’esterno, su porte e cancelli – prosegue Garbella. – Un provvedimento repentino con la conseguente difficoltà di darne comunicazione a familiari, in primis, a volontari, fornitori e tutti coloro che fino al giorno prima accedevano alle residenze.

Ricordiamo il susseguirsi ininterrotto e instancabile delle telefonate, la sorpresa per i familiari, amici e volontari di trovare, per la prima volta, i cancelli delle sedi della Fondazione Cerino Zegna serrati. Ancora oggi, chi affida il proprio caro alle cure di una residenza per anziani sa di non poter accedere al ristorante per mangiare con lui, di non poter partecipare alla vita sociale interna al nuovo nucleo abitativo. E questo pesa».

Fondazione Cerino Zegna: Incontro attraverso il vetro con l’associazione di volontariato Il Naso in Tasca di Biella

I cambiamenti all’interno

Mentre le porte erano chiuse, all’interno la vita non si è fermata. Ha dovuto conoscere ritmi diversi: una sorta di rivoluzione che non era semplice spiegare agli ospiti anziani. «Si è verificata una profonda e forzata trasformazione – commenta Capurso. – È stato necessario riformare anche la tipologia di assistenza durante il periodo Covid e poi far fronte a necessità nuove e diverse. Il fatto di aver sospeso le visite dei parenti ha inevitabilmente creato una difficoltà molto importante all’interno delle strutture, soprattutto per come le vivevano gli ospiti, che rimanevano comunque distaccati e non riuscivano a comprendere del tutto le ragioni di quello che accadeva. Il contraccolpo psicologico è stato inevitabile».

«È cambiato radicalmente il modo di percepirsi e relazionarsi – ricorda Paola Garbella – All’interno delle RSA tutti indossavamo mascherina, calzari, cuffie. E, seppur in modo ridotto, questo permane tuttora. Così come prosegue la difficoltà di ripristinare momenti aggreganti. Perfino nel momento del pasto gli ospiti e tutto il personale devono sottostare a delle regole: distanziamento, DPI, turni perché ogni tavolino non può ospitare più di due persone per volta, inficiando così anche le occasioni di autonoma relazione interna».

E poi ci sono stati i cambiamenti di tipo più pratico e magari meno visibili, sebbene complessi. Il personale e gli spazi sono stati completamente riorganizzati per ridurre al minimo le occasioni di contagio, ogni nucleo è dovuto rimanere a sé stante, bloccato, come un comparto chiuso. Diversa la distribuzione dei pasti, diverso il modo di prendere servizio da parte del personale, diversi i protocolli e le linee guida da applicare: tutto diventa improntato alla riduzione del rischio focolaio.

Le comunicazioni con l’esterno

E mentre le RSA si organizzavano, senza peraltro che arrivassero precise indicazioni o aiuti concreti per farlo, non ci si è dimenticati di chi rimaneva fuori. Videochiamate, scambio di fotografie con i parenti per mostrare loro la nuova vita all’interno della struttura, comunicazioni quanto più frequenti possibile per non dover interrompere bruscamente quel legame con la comunità che era stato costruito in più di 20 anni.

«Abbiamo passato un anno a combattere il virus in strutture per la cura di lungo termine, senza reparti ospedalieri, e che hanno dovuto allestire spazi per l’isolamento – riassume Capurso. – Non eravamo preparati a tutto questo e il personale ha compiuto degli sforzi enormi. Doppi turni, tripli turni, seguito la formazione. È emerso un grandissimo senso di abnegazione. E alla fine si sono anche sentiti dire da giornali e opinione pubblica che erano incompetenti».

RSA sui giornali

L’assistenza domiciliare non fa per tutti

«Il servizio domiciliare è certamente auspicabile, e molte iniziative che la Fondazione Cerino Zegna stessa ha promosso sul territorio sono volte al sostegno di quest’ultimo, ma non sempre l’attivazione dell’assistenza a domicilio è possibile. In particolar modo quando l’utenza si compone di persone anziane, con gravi comorbilità. Alla compromissione fisica, inoltre, si accompagna spesso quella cognitiva con forme di demenza, in particolare di Alzheimer, e gravi disturbi del comportamento. Da noi questo lo possiamo vedere nelle nostre sedi di Occhieppo Inferiore, Mongrando e Lessona».

Paola Garbella torna su un punto chiave del post pandemia e di come ci prepariamo ad affrontarlo: la contrapposizione tra ricovero in struttura e assistenza domiciliare. Un conflitto che, in realtà, non esiste: ogni tipo di utenza dovrebbe trovare la risposta che meglio si addice alle sue esigenze. Di nuovo, l’idea di vedere queste due possibilità come l’una alternativa all’altra e all’occorrenza interscambiabili è frutto della narrazione proposta dai media, appoggiata dalla politica e alla fine abbracciata dall’opinione pubblica.

Ma pensare di assistere a domicilio tutti gli anziani fragili e non autosufficienti, semplicemente, non è possibile: «Un aspetto di cui si parla poco è il fatto che 20 anni fa il tipo di utenza era completamento diverso – chiarisce Capurso.

– «Gli ospiti erano i pensionati. Qualcuno giocava a bocce e c’erano pochissime persone affette da demenza. Ora l’età media è sopra gli 80 anni e nella maggior parte dei casi si tratta di anziani molto malati che hanno bisogno un’assistenza più importante. Questo non è mai stato un sistema dove giravano grandi interessi economici: se si sopravvive è già molto. Bisognerebbe, però, avere il buon senso e l’onestà di dire chiaramente se si vogliono investire soldi per la dignità degli anziani, oppure no»

Le riaperture

E intanto, dopo mesi di chiusure, le strutture stanno riaprendo, seguendo le indicazioni dettate da un documento del Ministero della Salute, “Modalità di accesso/uscita di ospiti e visitatori presso le strutture residenziali della rete territoriale”. Ancora una volta, però, non sono stati presi in considerazione dettagli importanti, che rischiano di creare i presupposti per una nuova emergenza, come fa notare il presidente nazionale di ANASTE:

«Siamo favorevoli alle riaperture, però in sicurezza. Ci sono degli aspetti che devono essere valutati bene, ad esempio il fatto che rimane un 5% di anziani che non è vaccinato, perché le sue condizioni cliniche non lo permettevano oppure perché i familiari erano contrari e non hanno dato il consenso. E poi bisogna ricordare che il vaccino non copre comunque il 100% di tutti quelli che lo ricevono, una percentuale che scende ancora quando si tratta di anziani molto fragili. Ci sono infatti già segnalazioni di reinfezioni tra il personale sanitario e se dovesse accadere a un anziano, sarebbe un problema serio. Per questo motivo, secondo noi sarebbe meglio che fosse vaccinato sia l’utente che il famigliare in visita».


Qui su CURA abbiamo approfondito il tema della riaperture in sicurezza nell’articolo: Riaprire le strutture per anziani in sicurezza: come leggere l’ordinanza del ministro Speranza e quali azioni sono possibili secondo il Sente-mente modello.


D’altro canto, tornare a incontrarsi è necessario e riaprire non significa solo permettere l’ingresso ai familiari: «Da ottobre 2020 le tre sedi operative della Fondazione Cerino Zegna sono Covid-free, grazie a uno screening quindicinale realizzato in collaborazione con Regione Piemonte, che lo ha promosso e voluto, tant’è che fornisce i kit rapidi gratuitamente – racconta il Direttore Generale.

— Auspico quindi per i nostri anziani residenti che la stabilizzazione dei contagi e la sicurezza per tutti i dipendenti ci permettano la ripresa di quella cura che non può essere solo sanitaria, attraverso un continuo miglioramento e la ricerca costante di sistemi per facilitare il contatto con le famiglie. Ma anche con personale specifico come animatori, psicologi, educatori. E soprattutto attraverso la graduale ripresa delle attività ricreative, socializzanti e riabilitative».

Una lezione che dovremmo portare con noi

Affrontare un periodo così complesso e sconvolgente acquista un senso solo se prendiamo nota di tutto quello che ci ha insegnato e ne facciamo tesoro. Perché in futuro, sì, potrebbe accadere ancora. E quando si arriva al discorso RSA è chiaro come sia fondamentale ritrovare una collaborazione con le istituzioni pubbliche presenti sul territorio, come le Regioni e le ASL. Proprio quella che durante le prime fasi dell’emergenza è venuta a mancare.

«Le RSA hanno, al loro interno, personale altamente qualificato e hanno sviluppato, negli anni, un know-how rivolto all’anziano non autosufficiente, comprendente anche le patologie neuro-degenerative, oggi in aumento – sottolinea Paola Garbella. – Credo sarebbe molto importante che le Istituzioni ci permettessero di collaborare attivamente nella riorganizzazione del nostro settore. Dobbiamo ricordarci che le RSA non sono private, ma accreditate e contrattualizzate con gli enti pubblici, con più di 2 mila posti letto solo nel territorio biellese. Le Istituzioni Pubbliche, soprattutto regione ed ASL, ma anche i consorzi intercomunali, devono comprendere che le RSA sono una risorsa, per anziani, famiglie ed enti pubblici».

Per quanto ancora continueremo a chiudere gli occhi di fronte all’invecchiamento della popolazione? Per quanto ancora ci rifiuteremo di investire in strutture che possano accogliere anziani fragili, offrendo loro una rete di servizi che comprende al suo interno diverse possibilità?

Forse, la lezione più importante che la pandemia ha trasmesso a ciascuno di noi è stata la ricostruzione di una comunità, proprio quel sentimento che dovremmo portare con noi per prepararci ad affrontare tutti i problemi destinati a emergere in futuro.

«Di questo ultimo anno manterrei il rinnovato senso di collaborazione tra le RSA che, aiutandosi ad affrontare e superare, via via, i momenti peggiori di questa pandemia, hanno ritrovato solidarietà e fiducia reciproca. Un sodalizio che può essere punto di partenza per i cambiamenti e le difficoltà che ancora ci aspettano», conclude Garbella.

SITOGRAFIA DI RIFERIMENTO

  1. “Modalità di accesso/uscita di ospiti e visitatori presso le strutture residenziali della rete territoriale”. Ministero della Salute. 2021

About the Author: Editrice Dapero

Casa Editrice Indipendente per una cultura condivisa nel settore dell’assistenza agli anziani.

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Le RSA un anno dopo dalla fine del primo pesante lockdown portano i segni di quanto accaduto, ma anche nuove risorse. Meritano di essere coinvolte attivamente dalle Istituzioni nella riorganizzazione del settore.


A oltre un anno dall’inizio di una situazione complessa e sconvolgente come è stata la pandemia, abbiamo voluto fare un’analisi per rispondere a una domanda: come stanno oggi le strutture per anziani? Parlando con chi se ne occupa sono emersi i problemi economici, la preoccupazione per letti che non vengono riempiti e per una reputazione rovinata da una narrazione ingiusta. Ma anche la voglia di tornare ad aprirsi alla comunità di cui fanno parte.


Maggio 2021. A distanza di oltre un anno dall’inizio della pandemia, come sono le RSA oggi? La risposta più immediata, forse, è «chiuse». Ma con le prime indicazioni di riapertura, l’aggettivo che meglio le descrive diventa «vuote». Di personale e di ospiti. Un effetto collaterale del Covid-19 e del lockdown, così come di una narrazione da parte dei media che ha fatto perdere a tante famiglie la tranquillità di affidare il proprio caro a una di queste strutture (Abbiamo parlato di questa narrazione anche di recente nell’articolo: Le RSA sui giornali: titolo per titolo, la superficialità di un racconto che non si fa domande). Perciò, dopo un anno, le RSA sono così: stanche, abbattute, in difficoltà.

RSA svuotate

«A gennaio 2020 avevo del personale motivato, a gennaio 2021 lo stesso personale era distrutto dalla pandemia, sconvolto per il trattamento ricevuto dai media e dalla politica» – ci racconta Sebastiano Capurso, presidente nazionale di ANASTE (Associazione nazionale strutture territoriali). – «Una parte di operatori e di infermieri se ne sono andati a causa delle assunzioni straordinarie per il Covid. Perciò ora siamo stremati, con strutture al 70% di occupazione e i costi che si sono vertiginosamente amplificati».


Qui su CURA abbiamo approfondito il tema della fuga di professionisti dalle strutture nell’articolo: Carenza di personale nelle RSA: le cause di un problema che non si vuole vedere.


Dopo essere state raccontate come luoghi di chiusura, occultamento e morte, non è facile riacquistare la fiducia delle famiglie. Ma così facendo ci perdono tutti: dalla struttura che fatica a trovare i fondi per sostenersi, agli anziani che non possono ricevere tutte le risposte ai loro bisogni solo dall’assistenza domiciliare, alle persone che stanno loro attorno e non trovano un aiuto per stare vicino al proprio caro, magari affetto da demenza e non più autosufficiente.

Le parole di Capurso vengono confermate anche da Paola Garbella, che dirige la Fondazione Cerigno Zegna Impresa Sociale, che opera nel biellese: «Da mesi sentiamo elencare i cambiamenti che questa crisi sta portando con sé. Cambiamenti collegati gli uni agli altri, non solo a livello locale, ma anche nazionale e mondiale.

Tra questi mutamenti, le nostre politiche socio-sanitarie annoverano anche l’inevitabile trasformazione delle residenze per anziani, che sembra ancora più imprescindibile data l’attuale difficoltà in cui queste ultime imperversano. Perciò, in qualità di Direttore Generale di una Fondazione che gestisce RSA, mi sono interrogata e confrontata sulla tragicità dell’esperienza vissuta e sulle sue implicanze, prima fra tutte la difficoltà di rioccupare i posti letto, con il derivante disagio nella sostenibilità dell’attività stessa».

I costi aumentati

E se da un lato le strutture sono in affanno perché faticano a riprendere il normale tasso di nuovi ingressi, dall’altro vengono loro richiesti sforzi economici ulteriori. «I costi hanno avuto un incremento importantissimo – denuncia Capurso. – La prima ragione ha riguardato sicuramente l’approvvigionamento di DPI e mascherine, che naturalmente stiamo ancora acquistando. E non dimentichiamoci che ad aprile 2020 questi dispositivi costavano anche 20 volte tanto. Ma le spese più importanti le abbiamo dovute sostenere per il personale aggiuntivo, che si è reso necessario assumere a causa della modifica degli standard e della diversa distribuzione degli operatori, e poi per le sanificazioni periodiche».

Ma non bisogna dimenticare nemmeno le operazioni più piccole come i tamponi e tutte le altre attività di controllo che le aziende sanitarie territoriali hanno dovuto imporre. E poi il passaggio da un sistema tradizionale di distribuzione dei pasti alle monoporzioni, o la riorganizzazione della lavanderia. «Tutto ciò ha portato a un aumento delle uscite, ma non abbiamo ricevuto nemmeno un centesimo in più rispetto a prima – fa notare il presidente di ANASTE.

– A volte mi sorprendo di come riusciamo ancora a stare in piedi. Sono vent’anni, poi, che le rette non vengono aggiornate e anche questo è un problema di cui nessun parla: i parametri che andavano bene negli anni ’90 oggi non reggono più, perché nel frattempo c’è stata l’inflazione e l’aumento dei costi per i nuovi contratti collettivi di lavoro».

In Veneto, ad esempio le strutture lamentano un incremento delle uscite del 10-15%, a fronte di 3mila posti letto ancora vuoti. A fare i conti è Roberto Volpe, Presidente dell’URIPA (Unione Regionale Istituzioni e Iniziative Pubbliche e Private di Assistenza per Anziani).

Quando le strutture hanno dovuto chiudersi di nuovo

«Quello che stiamo vivendo è un enorme passo indietro, culturale e temporale – mette in chiaro Paola Garbella. – È dagli anni ’90 che le “case di riposo” combattono per essere riconosciute come “residenze di servizi per le persone anziane”, ovvero strutture aperte al territorio, che ne integrano i servizi, che ospitano tirocinanti e stagisti, che realizzano progetti in collaborazione con scuole e istituti superiori, che collaborano con il volontariato e il terzo settore e che si fanno portavoce di una cultura dell’anzianità».

Ma tutto questo impegno è stato oscurato in pochi giorni, quando l’arrivo di un nemico invisibile ha costretto le persone a chiudersi dentro casa e le strutture a impedire l’ingresso agli esterni, per proteggere gli ospiti, anziani e fragili.

«Si sapeva, o avremmo dovuto sapere, che in caso di pandemia le strutture comunitarie, come ospedali, RSA, caserme, conventi, carceri e via dicendo, sarebbero stati i luoghi più interessati – interviene Sebastiano Capurso. – Solo che mentre una caserma è abitata da giovani, nelle RSA convivono anziani gravemente non autosufficienti e la cui salute è già stata fortemente compromessa da altre patologie. Sapevamo che quello sarebbe stato il posto in cui il virus avrebbe potuto compiere i maggiori danni. Avremmo dovuto intervenire subito».

Invece, in assenza di altre indicazioni dalle aziende sanitarie o dalle regioni, alle strutture non resta altro che chiudere. «Con il Dpcm del 4 marzo 2020, il Consiglio dei Ministri decretò la chiusura delle strutture a parenti, visitatori e volontari, con avviso di chiusura da esporre all’esterno, su porte e cancelli – prosegue Garbella. – Un provvedimento repentino con la conseguente difficoltà di darne comunicazione a familiari, in primis, a volontari, fornitori e tutti coloro che fino al giorno prima accedevano alle residenze.

Ricordiamo il susseguirsi ininterrotto e instancabile delle telefonate, la sorpresa per i familiari, amici e volontari di trovare, per la prima volta, i cancelli delle sedi della Fondazione Cerino Zegna serrati. Ancora oggi, chi affida il proprio caro alle cure di una residenza per anziani sa di non poter accedere al ristorante per mangiare con lui, di non poter partecipare alla vita sociale interna al nuovo nucleo abitativo. E questo pesa».

Fondazione Cerino Zegna: Incontro attraverso il vetro con l’associazione di volontariato Il Naso in Tasca di Biella

I cambiamenti all’interno

Mentre le porte erano chiuse, all’interno la vita non si è fermata. Ha dovuto conoscere ritmi diversi: una sorta di rivoluzione che non era semplice spiegare agli ospiti anziani. «Si è verificata una profonda e forzata trasformazione – commenta Capurso. – È stato necessario riformare anche la tipologia di assistenza durante il periodo Covid e poi far fronte a necessità nuove e diverse. Il fatto di aver sospeso le visite dei parenti ha inevitabilmente creato una difficoltà molto importante all’interno delle strutture, soprattutto per come le vivevano gli ospiti, che rimanevano comunque distaccati e non riuscivano a comprendere del tutto le ragioni di quello che accadeva. Il contraccolpo psicologico è stato inevitabile».

«È cambiato radicalmente il modo di percepirsi e relazionarsi – ricorda Paola Garbella – All’interno delle RSA tutti indossavamo mascherina, calzari, cuffie. E, seppur in modo ridotto, questo permane tuttora. Così come prosegue la difficoltà di ripristinare momenti aggreganti. Perfino nel momento del pasto gli ospiti e tutto il personale devono sottostare a delle regole: distanziamento, DPI, turni perché ogni tavolino non può ospitare più di due persone per volta, inficiando così anche le occasioni di autonoma relazione interna».

E poi ci sono stati i cambiamenti di tipo più pratico e magari meno visibili, sebbene complessi. Il personale e gli spazi sono stati completamente riorganizzati per ridurre al minimo le occasioni di contagio, ogni nucleo è dovuto rimanere a sé stante, bloccato, come un comparto chiuso. Diversa la distribuzione dei pasti, diverso il modo di prendere servizio da parte del personale, diversi i protocolli e le linee guida da applicare: tutto diventa improntato alla riduzione del rischio focolaio.

Le comunicazioni con l’esterno

E mentre le RSA si organizzavano, senza peraltro che arrivassero precise indicazioni o aiuti concreti per farlo, non ci si è dimenticati di chi rimaneva fuori. Videochiamate, scambio di fotografie con i parenti per mostrare loro la nuova vita all’interno della struttura, comunicazioni quanto più frequenti possibile per non dover interrompere bruscamente quel legame con la comunità che era stato costruito in più di 20 anni.

«Abbiamo passato un anno a combattere il virus in strutture per la cura di lungo termine, senza reparti ospedalieri, e che hanno dovuto allestire spazi per l’isolamento – riassume Capurso. – Non eravamo preparati a tutto questo e il personale ha compiuto degli sforzi enormi. Doppi turni, tripli turni, seguito la formazione. È emerso un grandissimo senso di abnegazione. E alla fine si sono anche sentiti dire da giornali e opinione pubblica che erano incompetenti».

RSA sui giornali

L’assistenza domiciliare non fa per tutti

«Il servizio domiciliare è certamente auspicabile, e molte iniziative che la Fondazione Cerino Zegna stessa ha promosso sul territorio sono volte al sostegno di quest’ultimo, ma non sempre l’attivazione dell’assistenza a domicilio è possibile. In particolar modo quando l’utenza si compone di persone anziane, con gravi comorbilità. Alla compromissione fisica, inoltre, si accompagna spesso quella cognitiva con forme di demenza, in particolare di Alzheimer, e gravi disturbi del comportamento. Da noi questo lo possiamo vedere nelle nostre sedi di Occhieppo Inferiore, Mongrando e Lessona».

Paola Garbella torna su un punto chiave del post pandemia e di come ci prepariamo ad affrontarlo: la contrapposizione tra ricovero in struttura e assistenza domiciliare. Un conflitto che, in realtà, non esiste: ogni tipo di utenza dovrebbe trovare la risposta che meglio si addice alle sue esigenze. Di nuovo, l’idea di vedere queste due possibilità come l’una alternativa all’altra e all’occorrenza interscambiabili è frutto della narrazione proposta dai media, appoggiata dalla politica e alla fine abbracciata dall’opinione pubblica.

Ma pensare di assistere a domicilio tutti gli anziani fragili e non autosufficienti, semplicemente, non è possibile: «Un aspetto di cui si parla poco è il fatto che 20 anni fa il tipo di utenza era completamento diverso – chiarisce Capurso.

– «Gli ospiti erano i pensionati. Qualcuno giocava a bocce e c’erano pochissime persone affette da demenza. Ora l’età media è sopra gli 80 anni e nella maggior parte dei casi si tratta di anziani molto malati che hanno bisogno un’assistenza più importante. Questo non è mai stato un sistema dove giravano grandi interessi economici: se si sopravvive è già molto. Bisognerebbe, però, avere il buon senso e l’onestà di dire chiaramente se si vogliono investire soldi per la dignità degli anziani, oppure no»

Le riaperture

E intanto, dopo mesi di chiusure, le strutture stanno riaprendo, seguendo le indicazioni dettate da un documento del Ministero della Salute, “Modalità di accesso/uscita di ospiti e visitatori presso le strutture residenziali della rete territoriale”. Ancora una volta, però, non sono stati presi in considerazione dettagli importanti, che rischiano di creare i presupposti per una nuova emergenza, come fa notare il presidente nazionale di ANASTE:

«Siamo favorevoli alle riaperture, però in sicurezza. Ci sono degli aspetti che devono essere valutati bene, ad esempio il fatto che rimane un 5% di anziani che non è vaccinato, perché le sue condizioni cliniche non lo permettevano oppure perché i familiari erano contrari e non hanno dato il consenso. E poi bisogna ricordare che il vaccino non copre comunque il 100% di tutti quelli che lo ricevono, una percentuale che scende ancora quando si tratta di anziani molto fragili. Ci sono infatti già segnalazioni di reinfezioni tra il personale sanitario e se dovesse accadere a un anziano, sarebbe un problema serio. Per questo motivo, secondo noi sarebbe meglio che fosse vaccinato sia l’utente che il famigliare in visita».


Qui su CURA abbiamo approfondito il tema della riaperture in sicurezza nell’articolo: Riaprire le strutture per anziani in sicurezza: come leggere l’ordinanza del ministro Speranza e quali azioni sono possibili secondo il Sente-mente modello.


D’altro canto, tornare a incontrarsi è necessario e riaprire non significa solo permettere l’ingresso ai familiari: «Da ottobre 2020 le tre sedi operative della Fondazione Cerino Zegna sono Covid-free, grazie a uno screening quindicinale realizzato in collaborazione con Regione Piemonte, che lo ha promosso e voluto, tant’è che fornisce i kit rapidi gratuitamente – racconta il Direttore Generale.

— Auspico quindi per i nostri anziani residenti che la stabilizzazione dei contagi e la sicurezza per tutti i dipendenti ci permettano la ripresa di quella cura che non può essere solo sanitaria, attraverso un continuo miglioramento e la ricerca costante di sistemi per facilitare il contatto con le famiglie. Ma anche con personale specifico come animatori, psicologi, educatori. E soprattutto attraverso la graduale ripresa delle attività ricreative, socializzanti e riabilitative».

Una lezione che dovremmo portare con noi

Affrontare un periodo così complesso e sconvolgente acquista un senso solo se prendiamo nota di tutto quello che ci ha insegnato e ne facciamo tesoro. Perché in futuro, sì, potrebbe accadere ancora. E quando si arriva al discorso RSA è chiaro come sia fondamentale ritrovare una collaborazione con le istituzioni pubbliche presenti sul territorio, come le Regioni e le ASL. Proprio quella che durante le prime fasi dell’emergenza è venuta a mancare.

«Le RSA hanno, al loro interno, personale altamente qualificato e hanno sviluppato, negli anni, un know-how rivolto all’anziano non autosufficiente, comprendente anche le patologie neuro-degenerative, oggi in aumento – sottolinea Paola Garbella. – Credo sarebbe molto importante che le Istituzioni ci permettessero di collaborare attivamente nella riorganizzazione del nostro settore. Dobbiamo ricordarci che le RSA non sono private, ma accreditate e contrattualizzate con gli enti pubblici, con più di 2 mila posti letto solo nel territorio biellese. Le Istituzioni Pubbliche, soprattutto regione ed ASL, ma anche i consorzi intercomunali, devono comprendere che le RSA sono una risorsa, per anziani, famiglie ed enti pubblici».

Per quanto ancora continueremo a chiudere gli occhi di fronte all’invecchiamento della popolazione? Per quanto ancora ci rifiuteremo di investire in strutture che possano accogliere anziani fragili, offrendo loro una rete di servizi che comprende al suo interno diverse possibilità?

Forse, la lezione più importante che la pandemia ha trasmesso a ciascuno di noi è stata la ricostruzione di una comunità, proprio quel sentimento che dovremmo portare con noi per prepararci ad affrontare tutti i problemi destinati a emergere in futuro.

«Di questo ultimo anno manterrei il rinnovato senso di collaborazione tra le RSA che, aiutandosi ad affrontare e superare, via via, i momenti peggiori di questa pandemia, hanno ritrovato solidarietà e fiducia reciproca. Un sodalizio che può essere punto di partenza per i cambiamenti e le difficoltà che ancora ci aspettano», conclude Garbella.

SITOGRAFIA DI RIFERIMENTO

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  1. “Modalità di accesso/uscita di ospiti e visitatori presso le strutture residenziali della rete territoriale”. Ministero della Salute. 2021

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Casa Editrice Indipendente per una cultura condivisa nel settore dell’assistenza agli anziani.

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