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La stanza degli abbracci è stata inaugurata al Golgi Redaelli di Milano il 15 aprile 2021

Gli “Abbracci” sono iniziati a Vimodrone il 26/02/2021, grazie a una Stanza donata all’Istituto Redaelli dal Sindacato dei Pensionati CGIL Lombardia. A seguire l’ASP Golgi-Redaelli ha deciso di aderire alla campagna di raccolta fondi “Non lasciamoli soli” promossa da Fondazione Italia per il Dono e rivolta alle RSA di tutta Italia e, grazie alle donazioni raccolte con il progetto Abbracciarsi ancora, le Stanze degli Abbracci hanno così potuto avere avvio anche al Redaelli di Milano e al Golgi di Abbiategrasso lo scorso 15 aprile.

Il progetto è stato avvalorato da un video realizzato con la collaborazione degli Ospiti del Redaelli di Milano e con il prezioso contributo di una Familiare di una Paziente che purtroppo è mancata poco prima dell’inaugurazione della Stanza. Di seguito si riporta la testimonianza della familiare, la dottoressa Mila Sanna.


Il corpo non dimentica

Di Mila Sanna

Il lockdown ha cambiato le nostre menti, influenzando la nostra salute mentale, psicologica ed emotiva, le nostre abilità cognitive e la capacità di resilienza. Le chiusure e le misure di contenimento del contagio e l’isolamento sociale hanno esposto la popolazione globale a uno stress collettivo senza precedenti i cui effetti hanno influito negativamente su memoria, attenzione, concentrazione nella vita quotidiana, sul funzionamento cognitivo percepito, generando l’aumento di sofferenza emotiva e psicologica. Ma la memoria corporea non dimentica: tutte le emozioni sono incarnate e scritte nel nostro corpo e vengono riattivate ogni volta che il corpo agisce ed è stimolato.

Nella realtà che il Coronavirus ha cambiato drasticamente, è stata bandita la vicinanza e il contatto tra le persone, a causa di un nemico invisibile che ha reso il mondo intero impotente e fragile. Oggi il linguaggio degli occhi è lo strumento comunicativo più potente che abbiamo: lo sanno bene gli operatori sanitari che hanno accompagnato i pazienti  non solo nella cura, ma anche nella disperata solitudine del non contatto; lo sa chi non ha potuto guardare gli occhi amati ancora una volta; lo sanno coloro che oggi possono sentire vicino le persone amate attraverso gli occhi virtuali; lo sappiamo noi  terapeuti che  cerchiamo gli occhi dei nostri pazienti dietro lo schermo.

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Tutti questi vissuti sono stati impressi nel corpo profondamente. La distanza corporea può permettere di riscoprire, attraverso la riattivazione di una possibile vicinanza, il ritrovamento di un linguaggio e di una comunicazione possibile là dove è stata negata. Anche quando le capacità cognitive crollano, il corpo mantiene la sua memoria incarnata, perché da quando nasciamo gli eventi più importanti della vita vengono vissuti e percepiti col corpo e nel corpo,  restando a costituire quella memoria che non si perde mai. Il corpo parla anche quando le parole non ci sono.

Gli occhi sanno raccontare tutte le Emozioni, anche quando la mimica del volto è coperta da una mascherina, sanno capire quello di cui c’è bisogno, parlano sempre anche quando si vorrebbe che non lo facessero, perchè possiedono una loro indipendenza dalla volontà razionale. Tutto ciò “sta” nel corpo ed è una cosa straordinaria, una magia, una tra le più grandi magie della vita.

Ma la distanza corporea nelle persone fragili, in coloro che non hanno più la possibilità di agire autonomamente, è una drammatica violenza subita che a differenza dalle altre violenze, ferisce reciprocamente chi la subisce e chi è costretto con sofferenza a imporla. Ferisce tutti: gli anziani, i famigliari e gli operatori.

Ecco perché è ancora più necessario poter tornare al corpo e all’abbraccio. È per questo che dopo più di un anno di separazione dagli affetti per le persone fragili che lo hanno vissuto più dolorosamente di altri diventa vitale ritornare alla forma affettiva più importante di tutte, quella che fin dalla nascita rappresenta la forza e la consolazione, l’insostituibile trasmissione e relazione di Affetto e Amore che ci accompagna fino alla fine dei nostri giorni: l’Abbraccio.

Il progetto Abbracciarsi ancora

Presso l’ASP Golgi-Redaelli nasce il Progetto ABBRACCIARSI ANCORA mirato alla realizzazione di spazi protetti in cui far incontrare pazienti e familiari non più solo in video o a distanza e col plexiglass, ma attraverso una parete di materiale plastico leggero in cui sono inseriti manicotti per le braccia per consentire alle persone di potersi vedere, toccare e abbracciare.

Il progetto vuole cercare di esaudire i sogni e i desideri degli anziani residenti nelle 3 RSA dell’ASP Golgi-Redaelli (gli Istituti Geriatrici “Piero Redaelli” con sede a Milano e Vimodrone e l’Istituto Geriatrico “Camillo Golgi” di Abbiategrasso), provati dalla sofferenza emotiva e relazionale legata alla pandemia e alle misure predisposte per contenerla. Anche i familiari hanno dovuto affrontare la distanza dal proprio caro e la conseguente difficoltà a offrire sostegno e supporto affettivo in un momento particolarmente difficile.

L’inaugurazione della stanza degli abbracci

Questo progetto finalmente ha potuto concretizzarsi e il giorno 15 aprile 2021 è stata inaugurata la stanza degli abbracci presso uno spazio del Golgi Redaelli di Milano! Cosi i primi ospiti dell’istituto hanno potuto finalmente riabbracciare i loro cari.

È stato commovente vedere i loro occhi riempirsi di lacrime insieme a quelli dei loro familiari, vedere il sorriso che tornava sui loro volti, rievocato dalla memoria corporea dell’abbraccio, perché dopo più di un anno si sono potuti finalmente riabbracciare.  

Non c’è niente che possa sostituire un abbraccio. Anche attraverso la struttura di plastica il calore del contatto è passato e ha restituito il potere positivo e insostituibile della vicinanza, anche in questo tempo di distanza e separazione forzata il corpo è tornato a essere presente. Il cuore ha potuto sentire di nuovo il battito dell’altro cuore, il corpo ha rievocato le sensazioni vitali più importanti. il Piacere rievocato supera quel sottile confine, che ancora la parete di plastica impone, e restituisce l’efficacia di quel farmaco universale che più di ogni cosa e da Sempre è capace di curare le ferite: il Contatto appunto.

Sono onorata di aver potuto partecipare e contribuire a questo progetto, ancora di più oggi nel vederlo realizzato, perché anche se purtroppo mia sorella non ha fatto in tempo a parteciparvi, mi resta la consolazione di averla potuta abbracciare prima, e  il sapere che da ora molte persone ritroveranno un po’ di felicità grazie ad esso. Lo considero e lo vivo come un dono, per entrambe. Perché, come scrive Gabriele D’Annunzio:

«Saremo felici o saremo tristi, Che importa?

Saremo l’Uno accanto all’Altra. E questo deve essere, Questo è l’essenziale».



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