Nel numero 13 di Rivista Cura si parla di desideri. Quali sono i desideri in RSA? Cosa desiderano i residenti, gli operatori, e come lavorare per poter dare sempre più risposta ai loro desideri? Ascolto, impegno, e un pizzico di follia, senza paura di innovare.

Ringraziamo Marco Sossai, direttore dei Centri Servizi Divina Provvidenza di Santa Lucia di Piave (TV) e Villa don Gino Ceccon in Alpago (BL), in Veneto per parlare a proposito dei desideri nei centri di servizi che dirige.


Buongiorno direttore Sossai, per prima cosa le chiedo di raccontare ai nostri lettori la sua posizione lavorativa, in cosa consiste e da quanto tempo ricopre il ruolo di direttore.

Sono direttore dei Centri Servizi per anziani auto e non autosufficienti Divina Provvidenza di Santa Lucia di Piave (TV) e Villa don Gino Ceccon in Alpago (BL) entrambi nella regione del Veneto.

HOMES

I due centri di servizio sono proprietà della Parrocchia di Santa Lucia di Pieve che ne cura la gestione in tutti i servizi sia core che non core.

Dopo aver avuto esperienze diverse, in modo particolare nel mondo delle assicurazioni e del benessere, nel 2015 sono diventato parte dell’organico della parrocchia come addetto all’area sviluppo, tecnologia e controllo di gestione. Un anno dopo mi è stata affidata la direzione dei due centri di sevizio per anziani.
Il processo di gestione avviato si è sviluppato in un continuo cammino verso l’unificazione dei processi nelle varie fasi amministrative e di assistenza, affinché le due realtà non fossero due enti a sé ma costituissero un unico ente che governa i processi valorizzando le buone pratiche delle due strutture, senza perdere lo sguardo alla peculiarità della singola “casa”, alla territorialità, con l’obiettivo della centralità della persona residente nei centri servizio.
La nostra visione strategica parte dal mettere la persona al centro, persona intesa come utente, come collaboratore, ma anche come stakeholder. Una presa in carico olistica dove ognuno fa la propria parte nel processo organizzativo e assistenziale.

Come è arrivato a svolgere questo lavoro? Un percorso dettato da una scelta, un suo desiderio, oppure sono state altre le cause che l’hanno portato a dove si trova oggi?

Il mio percorso personale dopo la laurea in Scienze dell’Amministrazione mi aveva portato a lavorare nell’ambito assicurativo, dove ho sviluppato e apprezzato il concetto di relazione con la persona. Un po’ per caso, a inizio 2015, sono stato chiamato per un colloquio in un centro di servizi, ma solo alcuni mesi dopo ho iniziato a collaborare.

Il primo periodo è stata una scoperta: normative di riferimento nuove, gestioni nuove, relazioni sia con i colleghi sia con gli utenti. Era un modo di lavorare differente da tutti i precedenti.

L’ambiente lavorativo era positivo e propositivo e le possibilità di costruire delle opportunità di carriera in questo ambito mi sono parse fin da subito concrete. Così a fine 2015 ho deciso di approfondire il settore partecipando anche al master MaRSA presso la LIUC di Castellanza. In questi due anni di formazione in itinere ho apprezzato sempre il mondo del sociosanitario cercando di mettere del mio per promuovere il benessere e la qualità di vita in questi ambienti e in questo mondo lavorativo.

Non posso quindi dire che questo contesto fosse il mio sogno, ma posso affermare che lo sento mio e che oggi posso sognare di accompagnare con entusiasmo le mie organizzazioni nei grandi cambiamenti che il nostro settore sta vivendo, cercando di rimanere incollati sempre più alla centralità della persona.

Quali, in base alla sua esperienza, potrebbero essere i desideri dei residenti delle RSA che dirige?

Non è semplice definire i desiderata dei residenti, perché in questi ultimissimi anni le persone che si approcciano ai centri di servizi per anziani sono sempre differenti, con desideri sempre più complessi e in rinnovamento. Certamente però c’è una paura che aleggia costantemente nella mente dei nostri anziani ed è quella dell’abbandono e del peso del tempo.

Ecco quindi che la nostra mission il nostro guardare al residente deve avere questa impronta, quella di dare valore al tempo incrociando le vere aspettative e attitudini dell’anziano e far sì che la sua quotidianità non sia un aspettare il giorno dopo, ma che sia un fare qualcosa che lo renda felice. A questo scopo la progettazione individualizzate che parte da un’analisi della persona e del suo vissuto diventa una metodologia privilegiata per rispondere al desiderio di ciascuno.

Non è facile pertanto rispondere al bisogno del singolo soprattutto per le nostre organizzazioni, ma nel programmare le attività è necessario discernere fra quelle generiche che possono coinvolgere la gran parte delle persone e quelle che vanno a soddisfare il bisogno della singola persona. Solo valorizzando il bisogno del singolo le nostre comunità riescono a essere armoniose e felici.

E quanto reputa importante dare ascolto ai desideri del personale?

Questa domanda è ancora più complessa, perché la società di oggi spesso definita come volatile o liquida, cambia idea in fretta e il nostro lavoro, di direttori, deve riuscire a leggere fra le righe per cercare la giusta lente di lettura che permette di analizzare i desideri dei lavoratori senza il filtro del contesto, del momento o dei personalismi. È davvero complesso, ma allo stesso tempo essenziale. Sta proprio nel cercare di comprendere il vero bisogno di “serenità lavorativa”: clima, economia, relazione con l’utente, condivisione dei processi, la chiave per l’ascolto del personale.

I collaboratori di oggi hanno la necessità di sentirsi parte del processo di cura, di comprendere l’importanza del dare valore alla persona che stanno accudendo e di dare valore al proprio fare perché questo non sia un mero eseguire demotivante, ma un costruire qualcosa di prezioso per sè e per gli altri.

https://www.rivistacura.it/intervista-scaccabarozzi-desideri-di-una-direttrice-di-rsa/

Che tipo di difficoltà possono riscontrarsi, a livello organizzativo, nel rispondere ai desideri dei residenti? Ha qualche episodio da raccontarci?

Racconto quello che sta avvenendo in questo periodo: uno dei bisogni che hanno i nostri residenti è quello di avere dei tempi e dei ritmi ben scanditi, e riuscire a godersi i piccoli piaceri della vita.
Lo staff di direzione si è prefissato di modificare gli orari della cena per distanziare il pranzo dalla cena e ridurre le ore di digiuno notturno, e allo stesso tempo rinnovare il menù in maniera importante per introdurre nuove tipologie di pietanze, fra cui piatti unici, e variare maggiormente la rotazione mantenendo freschezza e qualità del cibo.

Ricordo che appena le persone residenti hanno saputo che c’era questo progetto, sono venute subito in ufficio a lamentarsi perché avevano il timore di non mangiare più quello che piaceva e quello che evocava ricordo e tradizione, pensavano introducessimo nuove pietanze differenti da quelle che davano loro sicurezza e soddisfazione. Da qui, assieme ai miei collaboratori, stiamo intraprendendo un percorso graduale di condivisione, in cui rendiamo gli anziani partecipi del processo, analizzando con loro i piatti nuovi di cui avevano paura e stiamo trasformando un bisogno organizzativo del centro di servizi in un’opportunità di cambiamento attraverso una costruzione partecipata del progetto.

Quali ingredienti, a suo parere, sono fondamentali per un’organizzazione che voglia essere sempre più in grado, in maniera concreta, di dare spazio ai desideri di tutti i suoi residenti?

Sicuramente abitare una comunità, cercando di cogliere e rispondere alle esigenze che emergono dai vari attori richiede una grande capacità di ascolto prima di tutto, e la voglia di mettere in campo tanta buona fatica, per far sì che ognuno si senta partecipe del processo che si sta implementando.

Creare occasioni di confronto, di formazione, di comunicazione e opportunità di welfare con il personale e occasione di condivisione, dialogo, con le persone residenti che passando per il loro vissuto e le loro famiglie: tutto ciò è condizione indispensabile per dare una risposta sempre nuova ma coerente delle nostre realtà.
Ogni tanto serve anche un pizzico di follia, nel senso di non aver paura di innovare e metterci la faccia andando anche controcorrente, cercando di far sposare la progettualità su larga scala.

Qual è, infine, il suo più grande desiderio come responsabile di RSA?

Sicuramente creare una struttura serena. Ovviamente all’interno di questa serenità ognuno si sente a proprio agio sotto tutti i punti di vista, economico, sociale, relazionale.

Sono consapevole che questo è un progetto ambizioso, non ancora raggiunto, è un processo che va rinnovato costantemente, ma questo è sicuramente il più alto obiettivo che sta sopra a quelli programmatici ed economici che costantemente mi prefiggo.


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