Il numero 13 di Rivista Cura verte sul tema dei desideri. Per prima cosa è necessario far emergere quali sono i miglioramenti possibili rispetto alle attività e agli ambienti di cura. Serve poi offrire, a chi ricopre ruoli di gestione, gli strumenti necessari affinché l’organizzazione stessa possa offrire risposta ai desideri dei residenti e del personale.

Ringraziamo il direttore Andrea Manini, della Casa di cura Maurizio Muller di Verbania che ci ha offerto l’opportunità di parlare di cosa si desidera nella RSA che dirige.


Buongiorno direttore Manini, ci racconta brevemente la posizione lavorativa che ricopre e da quanto tempo si trova in questo ruolo?

Svolgo l’incarico di direttore da quasi sette anni della Casa di Riposo Maurizio Muller di Verbania, un’Azienda Pubblica di Servizi alla Persona che offre le proprie attività ad anziani parzialmente autosufficienti e non autosufficienti. Il ruolo ha la peculiarità di caratterizzarsi in una doppia veste: da un lato quella classica del responsabile di una comunità sociosanitaria con tutti i profili legati alla gestione dei servizi, del personale, dei rapporti con i familiari e con l’utenza; dall’altro riveste in ruolo di ufficio apicale di una Pubblica amministrazione caratterizzata da una ridotta dotazione organica amministrativa, che comporta piena responsabilità dei processi contabili, di transizione digitale, con incombenze amministrative e di anticorruzione e oneri del tutto analoghi a quelli prescritti a un Comune.

È arrivato a svolgere questo lavoro per scelta? Era un suo sogno, un suo desiderio, oppure sono state altre le cause che l’hanno portato a diventare direttore di una residenza per anziani?

Se dicessi che da bambino il mio sogno non era fare l’astronauta o il calciatore, bensì il direttore di una casa di riposo, qualcuno mi crederebbe? La verità è che mi sono trovato quasi per caso in una RSA, ma non è stata invece una scelta accidentale lavorare per una Pubblica amministrazione. A diciott’anni ho avuto modo, grazie a un tirocinio presso un comune, di comprendere come la nostra tanto bistrattata macchina pubblica nasconda in sé grandi potenzialità.

Sfruttarle o meno dipende quasi integralmente dalla capacità dei dirigenti di investire nei giusti modelli gestionali e di motivare il personale – quantomeno questa era la mia convinzione e lo resta tuttora. Dopo aver diretto i miei studi universitari in un’ottica amministrativa e concluso un primo periodo di lavoro in banca, ho puntato dritto sull’obbiettivo iniziando a partecipare a concorsi pubblici, vincendo quello di amministrativo per la casa di riposo Maurizio Muller. Mentirei se affermassi di aver stabilito quell’impiego come punto di partenza verso i miei obbiettivi: tutt’altro.

Se la crisi economica post 2008 non avesse portato al sostanziale blocco delle assunzioni nella Pubblica amministrazione per il successivo decennio, con ogni probabilità avrei continuato a fare selezioni in direzione di una diversa realtà. E invece il mio fermo per così dire forzato al Muller mi ha fatto prima conoscere e poi apprezzare sempre più, giorno dopo giorno, il lavoro in RSA con le sue molteplici sfaccettature: dal rapporto con gli Anziani al dialogo con i familiari, dalle dinamiche del personale alla strutturazione dei piani di lavoro passando per la pianificazione strategica e la programmazione economica.

Ho quindi deciso che sì, avrei sempre fatto l’apicale nel pubblico impiego, non più in un’amministrazione per così dire classica, ma all’interno di una residenza per anziani. Un po’ di determinazione mista all’essersi trovato al posto giusto al momento giusto, ha fatto sì che a partire dal 2016 quell’obbiettivo si realizzasse, e a distanza di quasi sette anni ho avuto il privilegio di dirigere tre RSA, tutte ovviamente – date le premesse – di natura pubblica.

Ritiene di conoscere quelli che, in realtà, potrebbero essere i desideri dei residenti della RSA che dirige?

Una domanda davvero difficile. Accantonando il soddisfacimento dei bisogni primari, chi può dire di conoscere davvero i desideri di una persona, specie se affetta da demenza? In questo caso solo l’esperienza può venirci in aiuto e il personale deve essere adeguatamente formato al fine di cogliere tutti i segnali che una persona, non cognitivamente integra, può inviarci per comunicare i propri desiderata. Ovviamente nelle RSA soggiornano anche residenti lucidi e orientati, con i quali è possibile confrontarsi e dialogare sulle loro necessità, che sono molteplici e diversificate.

Premesso che ogni persona è diversa dall’altra, ho sempre ritenuto che l’ingresso in una casa di riposo rappresentasse per l’anziano con ogni probabilità l’ultima grande avventura della sua vita. Renderla la più accattivante possibile, arricchendola con nuove esperienze rappresenta, a mio parere, un dovere fondamentale della singola struttura. A ogni modo e volando un po’ più in basso, a causa della realtà in cui viviamo, credo che il contesto in cui le comunità residenziali sociosanitarie si sono trovate a operare da tre anni a questa parte abbia posto sul gradino più alto del podio dei desideri l’esigenza di relazionarsi con l’esterno e in particolare con i propri affetti. Oggi è questo sicuramente il principale volere dei residenti – oso allargarmi – di ogni RSA. Confido che prima possibile potremo davvero lasciarci alle spalle questa fase di restrizioni all’incontro, ritornando a dare quasi per scontatala relazione fra residente e rete familiare.

E quanto reputa importante che si dia ascolto ai desideri del personale?

È un profilo essenziale. I manager programmano, i consigli di amministrazione dettano gli obiettivi strategici. Ma i servizi non sono costituiti da carta e fogli Excel, bensì vengono realizzati dalle persone.

Solo i dipendenti soddisfatti e motivati portano un valore aggiunto tale da tradursi in benefici tangibili alle attività di una RSA, migliorando la qualità di vita dell’utenza assistita. È chiaro come sia necessaria una continua attività di mediazione e filtro da parte della direzione, ma ritengo che il coinvolgimento attivo del personale impiegato nelle varie aree di gestione di una struttura si presenti come un modello di confronto e condivisione delle decisioni in grado di rendere ogni lavoratore parte integrante della realtà in cui opera.

Penso dunque che vada attuato concretamente per mezzo di équipe multidisciplinari, riunioni di servizio oltre al necessario e prezioso confronto con le rappresentanze sindacali.

https://www.rivistacura.it/intervista-a-chiara-celentano-desideri-in-rsa/

Quali e quante difficoltà possono riscontrarsi, a livello organizzativo, nel rispondere ai desideri dei residenti? Ha qualche episodio da raccontare?

Gli obblighi di prevenzione e contrasto al Covid continuano a rappresentare un pesante fardello che incide negativamente sulla piena soddisfazione dei bisogni relazionali delle persone accolte in RSA. Una situazione direi comune a ogni responsabile di struttura nel nostro Paese, quindi mi rendo conto di non affermare nulla di originale. Nella mia personale esperienza posso aggiungere che in più occasioni mi sono trovato a gestire difficili progetti di rientro al domicilio di anziani che – dopo un periodo più o meno lungo in struttura nel corso del quale avevano recuperato in tutto in parte le proprie autonomie – manifestavano la volontà di tornare a vivere al di fuori di in un contesto residenziale comunitario. Limiti di carattere economico, burocratico e talvolta anche di scarsa collaborazione dello stesso utente ad accettare un monitoraggio da parte di un caregiver, hanno talvolta reso particolarmente complesso poter accogliere appieno il desiderio del singolo di tentare, anche solo per un periodo, tale esperienza.

Quali sono, a suo parere, gli ingredienti fondamentali per un’organizzazione che voglia essere sempre più in grado, in maniera concreta, di fare spazio ai desideri di tutti i suoi “abitanti”?

Uno solo: l’attitudine. Una RSA non può limitarsi a essere una struttura che abbia come propria missione quella di soddisfare meramente i bisogni essenziali di una persona; bisogna puntare a qualcosa di più. La forma mentis di un’organizzazione sociosanitaria deve essere strutturata sull’idea per cui non è l’utente a doversi adeguare alla struttura, ma l’esatto opposto.

Flessibilità nell’organizzazione delle attività tutelari e di riabilitazione, personalizzazione dei menù, utilizzo della tecnologia, piani di attività educativa/occupazionale strutturati sul singolo sono i principali elementi sui quali organizzare una RSA. Cosa serve per farlo? L’attitudine del manager a porre davanti a ogni “comodità organizzativa” le esigenze personali del singolo anziano, strutturando di conseguenza la propria realtà in modo tale da soddisfare quanti più bisogni individuali possibili.

Infine, quale ritiene che sia il suo più grande desiderio come responsabile di RSA?

Vedere il decisore politico intervenire con decisione nel sociosanitario, con interventi di stampo normativo tanto diretti a superare un modello di assistenza ormai vetusto, quanto a mettere in campo contributi strutturali per la riqualificazione e ammodernamento delle strutture.

Con i giusti attrezzi nella borsa, i manager del sociosanitario potranno agevolmente porre in essere una piccola rivoluzione e creare davvero un modello in cui i desideri dei residenti non vengano anteposti alle esigenze organizzative. Grazie anche alla diffusa capacità di innovazione e di problem solving che connota la categoria.

Ma la sola buona volontà dei direttori non basta: è necessario un investimento sia intellettuale che finanziario da parte della Politica e del Legislatore.


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