Rita D’Alfonso è una psicologa in RSA: l’abbiamo intervistata per conoscere la storia, il ruolo e l’evoluzione di questa professione nel contesto dell’invecchiamento. Cosa fa oggi lo psicologo in RSA e come è possibile immaginare questa professione in futuro?

Rita, in che modo secondo te si è evoluta la professione dello psicologo in RSA durante gli anni in cui l’hai vissuta? E in che modo il suo ruolo è mutato e si è adattato all’utenza?


 
Io sono psicologa e psicoterapeuta, ho iniziato a collaborare con la RSACasa Famiglia San Giuseppe” molti anni fa e durante quegli anni facevo anche l’insegnante. Questo non è un particolare solo biografico, ma è importante per definire il mio ruolo nella casa, almeno iniziale.
 
Ho iniziato nel 1989, anche se il ricordo si perde un po’ nella notte dei tempi, quando una mia amica psicologa mi ha chiesto se avessi voluto fare dei test ai “vecchietti” –  così mi erano stati definiti – perché dovevano validare una metodologia sperimentale. La metodologia era la ROT, la reality orientation therapy, io ho accettato e ho così iniziato anche io a collaborare con Casa e a conoscere il mondo delle RSA, a partire proprio da un progetto di ricerca.


Allora non c’era l’abitudine di usare il computer e quindi i calcoli, anche statistici, andavano effettuati con modalità diverse. In questo primo studio mi ero fatta aiutare da un ingegnere amico nella validazione di tutti gli indici di significatività dei risultati. Il lavoro fu premiato e pubblicato su “Medicina Geriatrica” con una pubblicazione gratuita. Questo mi è servito per introdurmi alla Casa San Giuseppe.

Casa San Giuseppe di Vimercate (MB)

Quando a quei tempi chiedevo ai colleghi psicologi che cosa volesse dire essere uno psicologo nell’ambito dell’invecchiamento, la risposta era “fare volontariato”. Quindi all’epoca non esisteva una figura ben definita dello psicologo e non esisteva nemmeno un’idea della psicologia dell’invecchiamento, così come io avevo iniziato a intravedere.  Viste le prospettive demografiche in evoluzione, che prevedevano che gli anziani sarebbero stati il 25% della popolazione, anche se mi occupavo ancora prevalentemente del settore scolastico, avevo capito che si stavano aprendo possibilità importanti di lavoro e studio nell’ambito della psicologia dell’invecchiamento. Avevo capito che potevo utile come psicologa in RSA.

 
Quindi da lì sono rimasta lavorando inizialmente come volontaria e poi, man mano, invece in modo strutturato. Nel corso di pochi anni la figura dello psicologo in ambito geriatrico è cresciuta, anche in concomitanza dell’approfondimento degli studi scientifici sull’invecchiamento, con coinvolgimento crescente anche delle Università.

Alla domanda: “ma se i vecchi tanto devono morire, a cosa serve lo psicologo?” si iniziava a dare una risposta diversa e la figura dello psicologo si definiva più chiaramente. E questo non solo perché si estendeva la durata di vita, ma anche per la consapevolezza che si acquisiva in seguito alla ricerca scientifica e alla sfida che patologie come la demenza ponevano in ambito sanitario, assistenziale e anche psicologico.
 
L’ordine degli psicologi ha cominciato ad affrontare il tema a partire dalla fine degli anni novanta, in concomitanza con gli studi sulla neuropsicologia, attraverso i quali si poteva valutare meglio una patologia come la demenza. Negli ospedali cominciavano a nascere le UVA, Unità di Valutazione Alzheimer e i test non venivano più fatti dai medici ma dagli psicologi e nascevano anche scuole di formazione neuropsicologica.
 
Da un lato si è acquisita una più ampia formazione dello psicologo nell’ ambito della psicologia del Ciclo di Vita (Life Span), dall’altro si è sviluppato proprio l’aspetto neuropsicologico della sua figura. La figura dello psicologo era per sua definizione una figura psicosociale. Nel corso degli anni si è meglio definito il ruolo dello psicologo nelle Residenze per Anziani, creando un profilo specifico anche con il contributo degli Ordini professionali

Perché la psicoterapia con anziani in RSA con anziani istituzionalizzati è sempre stata vista un pochino come impossibile. Se per esempio andava  in psicoterapia un settantacinquenne non veniva valutato come settantacinquenne, ma come un adulto qualsiasi.
 
Da lì in poi – e grazie alle Università – posso dire che la figura dello psicologo non solo è stata sdoganata ma anche apprezzata.  
 
Rispetto alla domanda sull’evoluzione del ruolo dello psicologo posso dirti che negli anni novanta questa figura era richiesta soprattutto per la valutazione diagnostica, sia in ambito cognitivo sia per quanto attiene  la eventuale presenza di disturbi dell’umore, di ansia e in generale per monitorare gli stati affettivi e emotivi.  E’ sempre più cresciuto il ruolo dello psicologo non solo nei confronti degli ospiti di RSA ma anche nella relazione con i familiari, in particolare sulle tematiche dello stress del caregiver, e nel supporto agli operatori, soprattutto in questi anni di crisi sanitaria.

La figura dello psicologo non è ancora presente in tutte le RSA come specifica figura inserita nelle normative. Quando in San Giuseppe hanno iniziato ad aprire il nucleo Alzheimer, quindi a fine anni ottanta, la figura richiesta era solo l’educatore. Io sono entrata alla fine degli anni novanta perché la casa San Giuseppe, per sua lungimiranza, aveva previsto diverse figure oltre gli educatori, perché per la casa l’aspetto sociale era tanto importante quanto quello assistenziale e sanitario.
 
Però era davvero un’eccezione. Quando io ho iniziato, in una casa della provincia di Bergamo c’erano duecento utenti e un educatore soltanto. Oggi siamo in una situazione di privilegio rispetto al passato, perché l’utenza può contare su un numero maggiore di professionisti nelle strutture.
 

Nel corso di questi anni è stato anche molto precisato quali siano gli ambiti di lavoro.
 

Lo psicologo fa parte a tutti gli effetti dell’équipe oppure è considerato un outsider?  Come si integra il suo lavoro, per esempio, con quello dell’educatore o con altre figure affini?


 
Ovviamente parlo sempre in riferimento alla mia esperienza, però in generale non direi che sia un outsider, ma è integrato nel lavoro di équipe.
 
Da circa quindici anni partecipo a convegni annuali della Società Italiana di Psicologia dell’Invecchiamento o di altre società che seguono la figura dello psicologo. Innanzitutto rimane prioritario il compito di effettuare la valutazione psicosociale, mentre quella neuropsicologica  è forse meno utile adesso, perché quasi tutti gli utenti arrivano già con una valutazione neuropsicologica.

 
Una volta forse gli anziani che arrivavano in struttura necessitavano di un inquadramento, oggigiorno però tutti hanno fatto almeno una visita dal neurologo, dal geriatra o una visita neuropsicologica. Hanno le batterie di test già fatti e quindi il lavoro di valutazione diventa un lavoro di monitoraggio per poter poi eseguire quelli che si chiamano i PAI, cioè i piani assistenziali individualizzati.

I PAI vengono compilati ogni cinque/sei mesi per ciascun utente della struttura e vengono aggiornati anche attraverso il contributo dello psicologo che si occupa della parte valutativa circa lo dello stato dell’umore, dell’ansia, delle capacità relazionali. Io, per darti un’idea, sono da sola ad occuparmi di centocinquanta utenti ed è un lavoro impegnativo.
 
La parte di valutazione psico diagnostica è importante e riguarda sia le RSA, sia i centri diurni. Entrambi questi servizi, oltre alla valutazione multidimensionale, hanno poi da gestire il rapporto con i familiari e quindi tutto il lavoro di sostegno, di formazione, di relazione, di soluzione di conflitti che possono riguardare i familiari. E questi sono tutti lavori svolti dalle équipe di lavoro nelle quali lo psicologo ha un ruolo determinante.
 


Le équipe PAI nella nostra RSA sono costituite dal medico  di reparto, dagli infermieri, dai referenti nucleo (ASA o OSS) , dal fisioterapista, dall’educatore e dallo psicologo.Questa è l’équipe multidimensionale che si riunisce ogni volta che si compila un PAI.

 
I PAI riguardano i quattro ambiti assistenziali: fisioterapeutico, infermieristico, psico-socio-educativo e sanitario.
 
Lo psicologo che fa parte di questa équipe in primo luogo è occupato nella valutazione, come ho detto prima. In secondo luogo tiene la relazione con i familiari e si occupa anche di tenere corsi di formazione con loro, per esempio per migliorare la relazione con il proprio caro affetto da demenza.
 
Poi c’è il terzo ambito, la relazione con gli operatori, quindi tutta la parte che attiene più alla psicologia del lavoro, relativa allo stress, allo stress lavoro-correlato e alla sua valutazione.
 
Dunque: valutazione degli ospiti anziani, rapporto coi familiari, rapporto con gli operatori e formazione vero gli operatori e i familiari. Questi sono un po’ i quattro ambiti di lavoro dello psicologo in RSA.

Il quinto è la progettazione e riguarda la possibilità di costruire nuove progettazioni, sia di strumenti e metodologie riabilitative e relazionali sia  di nuove collaborazioni con enti e strutture universitarie o del territorio. Per  esempio tra i nuovi strumenti di intervento, si può citare la mindfulness, l’arte terapia,  o l’indagine sulla Qualità di Vita in RSA.


 Io sono responsabile dei progetti dell’équipe psico-socio-educativa ma non solo l’unica a proporli; anche i colleghi educatori sono attivi nel tessere la rete di collaborazione con scuole e altri centri formativi.   Molto importante è anche la collaborazione con le Università e le Scuole di Psicoterapia.  In questo periodo sto seguendo molti tirocinanti che stanno facendo richiesta per lavorare in struttura dopo gli di stop a causa del Covid. La Casa San Giuseppe è molto ambita come luogo di tirocinio.

 

Quale apporto dà lo psicologo all’organizzazione nel suo insieme? In che modo riesce a far funzionare meglio il meccanismo organizzativo?


Direi che il compito principale che aiuta l’organizzazione è quello di a monitorare i conflitti e di cercare vedere le cose da prospettive diverse, perché in un’istituzione complessa come l’RSA ci sono moltissimi dipendenti, ci sono i familiari e quindi situazioni problematiche possono nascere su mille cose, si cerca di procedere per équipe, anche con il contributo del coordinatore socio-sanitario, che è una figura che deve interfacciarsi col servizio sanitario e assistenziale, ma anche col servizio riabilitativo e animativo.

Questa figura cerca mettere insieme le esigenze che di solito sono relative a procedure, a casi generali più che singoli, oppure che riguardano i piani di lavoro.
 
Lo psicologo contribuisce anche al funzionamento delle équipe di reparto che sono formate da tutti gli operatori del reparto; si riuniscono una volta al mese per discutere specifiche situazioni o anche singoli casi.
 

A livello di percepito, come è visto lo psicologo che si occupa dell’invecchiamento? Come uno psicologo di serie B rispetto, faccio un esempio, a quello che si occupa dell’infanzia?


 
Negli anni novanta, quando ho iniziato, mi chiedevano se facessi volontariato. Non era riconosciuta la mia figura perché non esisteva l’idea che lo psicologo potesse occuparsi dell’invecchiamento. Anche perché lo psicologo, nella vulgata comune, era prettamente la figura dello psicanalista. Quindi l’idea che lo psicologo andasse in una RSA e facesse sdraiare sui lettini le persone anziane, anche se questo non sarebbe mai successo, non esisteva.
 
Però, man mano che la figura dello psicologo dell’invecchiamento è diventata più scientifica, più aderente ai vari campi della vita reale, e soprattutto man mano che la scienza è andata avanti nel campo della psicologia dell’invecchiamento, la figura dello psicologo dell’invecchiamento è stata molto apprezzata.

Oggi posso dire anche molto desiderata, viste tutte le richieste dei tirocinanti che vorrebbero fare parte di un’équipe di cura.
Quindi no, non parlerei di stigma nei confronti dello psicologo.

Oggi la concezione stessa dell’invecchiamento si sta modificando, come molti studi nell’ambito  (Invecchiamento Attivo, Ottimale…) confermano che la vecchiaia di per sé non è una malattia; in questo ambito anche lo psicologo supporta la prospettiva di un Invecchiamento Positivo.

Ormai nelle RSA tuttavia affluiscono anziani sempre più in là con gli anni e in condizioni di fragilità psicofisiche; in questo ambito il ruolo dello psicologo è quello di conoscere e praticare le metodologie più adeguate di relazione e cura (Metodo Valdation, Approccio Capacitante, GentleCare, Terapia Centrata sulla Persona). 

I vari filoni formativi nell’ambito dell’invecchiamento che sono estremamente interessanti, tanto da invogliare molti studenti a dedicarsi a questo ambito.
 
 
Prima ci si occupava prevalentemente dei disturbi dell’infanzia, dell’età evolutiva, adesso
l’idea che sia necessario stare bene anche nella vecchiaia sta prendendo piede.
Ora si riconosce il benessere anche come dimensione dell’anziano e si è arrivati alla consapevolezza che lavorare sulla situazione del proprio caro prima di pensare alla RSA possa essere una soluzione praticabile.
 
 

Noi, su rivista CURA 10, in uscita questo mese, abbiamo lavorato sugli stereotipi riferiti alle professioni sociosanitarie in RSA. Sullo psicologo cosa si dice? Esiste una qualche riduzione di ruolo?


 
Quando dico ai familiari che sono uno psicologo loro mi dicono “che bello in questa casa c’ è uno psicologo! Bene, così quando avrò bisogno mi potrò rivolgere e lei… E mi raccomando la mamma”. È dunque una figura rassicurante, soprattutto all’ingresso in RSA, perché il fatto che ci sia uno psicologo, oltre l’infermiere e il medico e il personale assistenziale, può far pensare che si voglia garantire un benessere a tutto tondo al proprio caro.
 

Qual è il sogno sognabile per una psicologa in RSA e quale futuro è auspicabile per questa figura, a tuo avviso?


 
Per me un sogno, ma proprio un “sogno sognabile”, dopo tanti anni, è che la figura dello psicologo possa lavorare sempre più in collaborazione con l’équipe sanitaria e che ci sia una reale condivisione con questa. Al di là del fatto che tanto è cambiato rispetto a quando il medico diceva “cosa ci fa qui uno psicologo?”, oggi ci vorrebbe una visione condivisa, che per me vuol dire progetti di ricerca condivisi.

Cerco di farlo nel mio piccolo con i tirocinanti, con quello che posso.

L’invecchiamento è ancora un mondo molto da esplorare. E ogni volta che mi metto a studiare in questo campo le ricerche a livello internazionale, scopro cose stupefacenti.


Mi piacerebbe che fosse possibile fare progetti monitorati a livello globale, dove anche la parte sanitaria dia un contributo per valutare in una prospettiva globale i risultati di metodologie di riabilitazione non farmacologica.
 
 


Nella RSA che sogno vorrei che le ricerche siano condivise, magari anche con un pizzico di coinvolgimento in più delle Università.


 
Mi piacerebbe che le RSA venissero viste sì come luoghi in cui le persone stiano bene, ma anche come luoghi di ricerca.
 


Articoli correlati:

Rita D’Alfonso è psicologa e psicoterapeuta.

Autrice di numerosi articoli per la rivista CURA e coautrice di diverse pubblicazioni per Editrice Dapero.

Bibliografia Rita D’Alfonso:

About the Author: Adriana Tidona

Ufficio Stampa di Editrice Dapero

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Rita D’Alfonso è una psicologa in RSA: l’abbiamo intervistata per conoscere la storia, il ruolo e l’evoluzione di questa professione nel contesto dell’invecchiamento. Cosa fa oggi lo psicologo in RSA e come è possibile immaginare questa professione in futuro?

Rita, in che modo secondo te si è evoluta la professione dello psicologo in RSA durante gli anni in cui l’hai vissuta? E in che modo il suo ruolo è mutato e si è adattato all’utenza?


 
Io sono psicologa e psicoterapeuta, ho iniziato a collaborare con la RSACasa Famiglia San Giuseppe” molti anni fa e durante quegli anni facevo anche l’insegnante. Questo non è un particolare solo biografico, ma è importante per definire il mio ruolo nella casa, almeno iniziale.
 
Ho iniziato nel 1989, anche se il ricordo si perde un po’ nella notte dei tempi, quando una mia amica psicologa mi ha chiesto se avessi voluto fare dei test ai “vecchietti” –  così mi erano stati definiti – perché dovevano validare una metodologia sperimentale. La metodologia era la ROT, la reality orientation therapy, io ho accettato e ho così iniziato anche io a collaborare con Casa e a conoscere il mondo delle RSA, a partire proprio da un progetto di ricerca.


Allora non c’era l’abitudine di usare il computer e quindi i calcoli, anche statistici, andavano effettuati con modalità diverse. In questo primo studio mi ero fatta aiutare da un ingegnere amico nella validazione di tutti gli indici di significatività dei risultati. Il lavoro fu premiato e pubblicato su “Medicina Geriatrica” con una pubblicazione gratuita. Questo mi è servito per introdurmi alla Casa San Giuseppe.

Casa San Giuseppe di Vimercate (MB)

Quando a quei tempi chiedevo ai colleghi psicologi che cosa volesse dire essere uno psicologo nell’ambito dell’invecchiamento, la risposta era “fare volontariato”. Quindi all’epoca non esisteva una figura ben definita dello psicologo e non esisteva nemmeno un’idea della psicologia dell’invecchiamento, così come io avevo iniziato a intravedere.  Viste le prospettive demografiche in evoluzione, che prevedevano che gli anziani sarebbero stati il 25% della popolazione, anche se mi occupavo ancora prevalentemente del settore scolastico, avevo capito che si stavano aprendo possibilità importanti di lavoro e studio nell’ambito della psicologia dell’invecchiamento. Avevo capito che potevo utile come psicologa in RSA.

 
Quindi da lì sono rimasta lavorando inizialmente come volontaria e poi, man mano, invece in modo strutturato. Nel corso di pochi anni la figura dello psicologo in ambito geriatrico è cresciuta, anche in concomitanza dell’approfondimento degli studi scientifici sull’invecchiamento, con coinvolgimento crescente anche delle Università.

Alla domanda: “ma se i vecchi tanto devono morire, a cosa serve lo psicologo?” si iniziava a dare una risposta diversa e la figura dello psicologo si definiva più chiaramente. E questo non solo perché si estendeva la durata di vita, ma anche per la consapevolezza che si acquisiva in seguito alla ricerca scientifica e alla sfida che patologie come la demenza ponevano in ambito sanitario, assistenziale e anche psicologico.
 
L’ordine degli psicologi ha cominciato ad affrontare il tema a partire dalla fine degli anni novanta, in concomitanza con gli studi sulla neuropsicologia, attraverso i quali si poteva valutare meglio una patologia come la demenza. Negli ospedali cominciavano a nascere le UVA, Unità di Valutazione Alzheimer e i test non venivano più fatti dai medici ma dagli psicologi e nascevano anche scuole di formazione neuropsicologica.
 
Da un lato si è acquisita una più ampia formazione dello psicologo nell’ ambito della psicologia del Ciclo di Vita (Life Span), dall’altro si è sviluppato proprio l’aspetto neuropsicologico della sua figura. La figura dello psicologo era per sua definizione una figura psicosociale. Nel corso degli anni si è meglio definito il ruolo dello psicologo nelle Residenze per Anziani, creando un profilo specifico anche con il contributo degli Ordini professionali

Perché la psicoterapia con anziani in RSA con anziani istituzionalizzati è sempre stata vista un pochino come impossibile. Se per esempio andava  in psicoterapia un settantacinquenne non veniva valutato come settantacinquenne, ma come un adulto qualsiasi.
 
Da lì in poi – e grazie alle Università – posso dire che la figura dello psicologo non solo è stata sdoganata ma anche apprezzata.  
 
Rispetto alla domanda sull’evoluzione del ruolo dello psicologo posso dirti che negli anni novanta questa figura era richiesta soprattutto per la valutazione diagnostica, sia in ambito cognitivo sia per quanto attiene  la eventuale presenza di disturbi dell’umore, di ansia e in generale per monitorare gli stati affettivi e emotivi.  E’ sempre più cresciuto il ruolo dello psicologo non solo nei confronti degli ospiti di RSA ma anche nella relazione con i familiari, in particolare sulle tematiche dello stress del caregiver, e nel supporto agli operatori, soprattutto in questi anni di crisi sanitaria.

La figura dello psicologo non è ancora presente in tutte le RSA come specifica figura inserita nelle normative. Quando in San Giuseppe hanno iniziato ad aprire il nucleo Alzheimer, quindi a fine anni ottanta, la figura richiesta era solo l’educatore. Io sono entrata alla fine degli anni novanta perché la casa San Giuseppe, per sua lungimiranza, aveva previsto diverse figure oltre gli educatori, perché per la casa l’aspetto sociale era tanto importante quanto quello assistenziale e sanitario.
 
Però era davvero un’eccezione. Quando io ho iniziato, in una casa della provincia di Bergamo c’erano duecento utenti e un educatore soltanto. Oggi siamo in una situazione di privilegio rispetto al passato, perché l’utenza può contare su un numero maggiore di professionisti nelle strutture.
 

Nel corso di questi anni è stato anche molto precisato quali siano gli ambiti di lavoro.
 

Lo psicologo fa parte a tutti gli effetti dell’équipe oppure è considerato un outsider?  Come si integra il suo lavoro, per esempio, con quello dell’educatore o con altre figure affini?


 
Ovviamente parlo sempre in riferimento alla mia esperienza, però in generale non direi che sia un outsider, ma è integrato nel lavoro di équipe.
 
Da circa quindici anni partecipo a convegni annuali della Società Italiana di Psicologia dell’Invecchiamento o di altre società che seguono la figura dello psicologo. Innanzitutto rimane prioritario il compito di effettuare la valutazione psicosociale, mentre quella neuropsicologica  è forse meno utile adesso, perché quasi tutti gli utenti arrivano già con una valutazione neuropsicologica.

 
Una volta forse gli anziani che arrivavano in struttura necessitavano di un inquadramento, oggigiorno però tutti hanno fatto almeno una visita dal neurologo, dal geriatra o una visita neuropsicologica. Hanno le batterie di test già fatti e quindi il lavoro di valutazione diventa un lavoro di monitoraggio per poter poi eseguire quelli che si chiamano i PAI, cioè i piani assistenziali individualizzati.

I PAI vengono compilati ogni cinque/sei mesi per ciascun utente della struttura e vengono aggiornati anche attraverso il contributo dello psicologo che si occupa della parte valutativa circa lo dello stato dell’umore, dell’ansia, delle capacità relazionali. Io, per darti un’idea, sono da sola ad occuparmi di centocinquanta utenti ed è un lavoro impegnativo.
 
La parte di valutazione psico diagnostica è importante e riguarda sia le RSA, sia i centri diurni. Entrambi questi servizi, oltre alla valutazione multidimensionale, hanno poi da gestire il rapporto con i familiari e quindi tutto il lavoro di sostegno, di formazione, di relazione, di soluzione di conflitti che possono riguardare i familiari. E questi sono tutti lavori svolti dalle équipe di lavoro nelle quali lo psicologo ha un ruolo determinante.
 


Le équipe PAI nella nostra RSA sono costituite dal medico  di reparto, dagli infermieri, dai referenti nucleo (ASA o OSS) , dal fisioterapista, dall’educatore e dallo psicologo.Questa è l’équipe multidimensionale che si riunisce ogni volta che si compila un PAI.

 
I PAI riguardano i quattro ambiti assistenziali: fisioterapeutico, infermieristico, psico-socio-educativo e sanitario.
 
Lo psicologo che fa parte di questa équipe in primo luogo è occupato nella valutazione, come ho detto prima. In secondo luogo tiene la relazione con i familiari e si occupa anche di tenere corsi di formazione con loro, per esempio per migliorare la relazione con il proprio caro affetto da demenza.
 
Poi c’è il terzo ambito, la relazione con gli operatori, quindi tutta la parte che attiene più alla psicologia del lavoro, relativa allo stress, allo stress lavoro-correlato e alla sua valutazione.
 
Dunque: valutazione degli ospiti anziani, rapporto coi familiari, rapporto con gli operatori e formazione vero gli operatori e i familiari. Questi sono un po’ i quattro ambiti di lavoro dello psicologo in RSA.

Il quinto è la progettazione e riguarda la possibilità di costruire nuove progettazioni, sia di strumenti e metodologie riabilitative e relazionali sia  di nuove collaborazioni con enti e strutture universitarie o del territorio. Per  esempio tra i nuovi strumenti di intervento, si può citare la mindfulness, l’arte terapia,  o l’indagine sulla Qualità di Vita in RSA.


 Io sono responsabile dei progetti dell’équipe psico-socio-educativa ma non solo l’unica a proporli; anche i colleghi educatori sono attivi nel tessere la rete di collaborazione con scuole e altri centri formativi.   Molto importante è anche la collaborazione con le Università e le Scuole di Psicoterapia.  In questo periodo sto seguendo molti tirocinanti che stanno facendo richiesta per lavorare in struttura dopo gli di stop a causa del Covid. La Casa San Giuseppe è molto ambita come luogo di tirocinio.

 

Quale apporto dà lo psicologo all’organizzazione nel suo insieme? In che modo riesce a far funzionare meglio il meccanismo organizzativo?


Direi che il compito principale che aiuta l’organizzazione è quello di a monitorare i conflitti e di cercare vedere le cose da prospettive diverse, perché in un’istituzione complessa come l’RSA ci sono moltissimi dipendenti, ci sono i familiari e quindi situazioni problematiche possono nascere su mille cose, si cerca di procedere per équipe, anche con il contributo del coordinatore socio-sanitario, che è una figura che deve interfacciarsi col servizio sanitario e assistenziale, ma anche col servizio riabilitativo e animativo.

Questa figura cerca mettere insieme le esigenze che di solito sono relative a procedure, a casi generali più che singoli, oppure che riguardano i piani di lavoro.
 
Lo psicologo contribuisce anche al funzionamento delle équipe di reparto che sono formate da tutti gli operatori del reparto; si riuniscono una volta al mese per discutere specifiche situazioni o anche singoli casi.
 

A livello di percepito, come è visto lo psicologo che si occupa dell’invecchiamento? Come uno psicologo di serie B rispetto, faccio un esempio, a quello che si occupa dell’infanzia?


 
Negli anni novanta, quando ho iniziato, mi chiedevano se facessi volontariato. Non era riconosciuta la mia figura perché non esisteva l’idea che lo psicologo potesse occuparsi dell’invecchiamento. Anche perché lo psicologo, nella vulgata comune, era prettamente la figura dello psicanalista. Quindi l’idea che lo psicologo andasse in una RSA e facesse sdraiare sui lettini le persone anziane, anche se questo non sarebbe mai successo, non esisteva.
 
Però, man mano che la figura dello psicologo dell’invecchiamento è diventata più scientifica, più aderente ai vari campi della vita reale, e soprattutto man mano che la scienza è andata avanti nel campo della psicologia dell’invecchiamento, la figura dello psicologo dell’invecchiamento è stata molto apprezzata.

Oggi posso dire anche molto desiderata, viste tutte le richieste dei tirocinanti che vorrebbero fare parte di un’équipe di cura.
Quindi no, non parlerei di stigma nei confronti dello psicologo.

Oggi la concezione stessa dell’invecchiamento si sta modificando, come molti studi nell’ambito  (Invecchiamento Attivo, Ottimale…) confermano che la vecchiaia di per sé non è una malattia; in questo ambito anche lo psicologo supporta la prospettiva di un Invecchiamento Positivo.

Ormai nelle RSA tuttavia affluiscono anziani sempre più in là con gli anni e in condizioni di fragilità psicofisiche; in questo ambito il ruolo dello psicologo è quello di conoscere e praticare le metodologie più adeguate di relazione e cura (Metodo Valdation, Approccio Capacitante, GentleCare, Terapia Centrata sulla Persona). 

I vari filoni formativi nell’ambito dell’invecchiamento che sono estremamente interessanti, tanto da invogliare molti studenti a dedicarsi a questo ambito.
 
 
Prima ci si occupava prevalentemente dei disturbi dell’infanzia, dell’età evolutiva, adesso
l’idea che sia necessario stare bene anche nella vecchiaia sta prendendo piede.
Ora si riconosce il benessere anche come dimensione dell’anziano e si è arrivati alla consapevolezza che lavorare sulla situazione del proprio caro prima di pensare alla RSA possa essere una soluzione praticabile.
 
 

Noi, su rivista CURA 10, in uscita questo mese, abbiamo lavorato sugli stereotipi riferiti alle professioni sociosanitarie in RSA. Sullo psicologo cosa si dice? Esiste una qualche riduzione di ruolo?


 
Quando dico ai familiari che sono uno psicologo loro mi dicono “che bello in questa casa c’ è uno psicologo! Bene, così quando avrò bisogno mi potrò rivolgere e lei… E mi raccomando la mamma”. È dunque una figura rassicurante, soprattutto all’ingresso in RSA, perché il fatto che ci sia uno psicologo, oltre l’infermiere e il medico e il personale assistenziale, può far pensare che si voglia garantire un benessere a tutto tondo al proprio caro.
 

Qual è il sogno sognabile per una psicologa in RSA e quale futuro è auspicabile per questa figura, a tuo avviso?


 
Per me un sogno, ma proprio un “sogno sognabile”, dopo tanti anni, è che la figura dello psicologo possa lavorare sempre più in collaborazione con l’équipe sanitaria e che ci sia una reale condivisione con questa. Al di là del fatto che tanto è cambiato rispetto a quando il medico diceva “cosa ci fa qui uno psicologo?”, oggi ci vorrebbe una visione condivisa, che per me vuol dire progetti di ricerca condivisi.

Cerco di farlo nel mio piccolo con i tirocinanti, con quello che posso.

L’invecchiamento è ancora un mondo molto da esplorare. E ogni volta che mi metto a studiare in questo campo le ricerche a livello internazionale, scopro cose stupefacenti.


Mi piacerebbe che fosse possibile fare progetti monitorati a livello globale, dove anche la parte sanitaria dia un contributo per valutare in una prospettiva globale i risultati di metodologie di riabilitazione non farmacologica.
 
 


Nella RSA che sogno vorrei che le ricerche siano condivise, magari anche con un pizzico di coinvolgimento in più delle Università.


 
Mi piacerebbe che le RSA venissero viste sì come luoghi in cui le persone stiano bene, ma anche come luoghi di ricerca.
 


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Rita D’Alfonso è psicologa e psicoterapeuta.

Autrice di numerosi articoli per la rivista CURA e coautrice di diverse pubblicazioni per Editrice Dapero.

Bibliografia Rita D’Alfonso:

About the Author: Adriana Tidona

Ufficio Stampa di Editrice Dapero

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