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Rispondere alle carenze messe in evidenza dalla pandemia, guardando al futuro delle RSA e mettendo al centro la tutela dei nostri anziani, e dei soggetti più fragili.

di Alberto Cester, geriatra e fisiatra

Partiamo da un presupposto fondamentale, il mondo della residenzialità per anziani è oltremodo difforme e variegato come risposta assistenziale in tutto il territorio nazionale italiano. Oltre a modelli regionali diversi, parla anche “lingue diverse” in termini di classificazione, valutazione e outcome di risultato, sia per quanto attiene ai moderni sistemi di VMD (Valutazione MultiDimensionale degli ospiti), ma anche nella remunerazione e tipologia delle prestazioni erogate.

Si è tentato (anche noi lo abbiamo fatto), di indirizzare verso una uniformità di risposte se non strettamente sanitario-gestionali, almeno in linea con parametri universalmente condivisi dell’assistenza, attraverso i sistemi di accreditamento all’esercizio delle attività, come criteri minimi condivisi e condivisibili, ma anche questo sistema in linea con la cultura geriatrica più avanzata, non è risultato soddisfacente.

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RSA: è necessario rispondere alle carenze emerse nel periodo Covid

Lo sfacelo procurato da Covid in termini di mortalità, direttive confusive, e vari fallimenti, seppur supportati da eroici atteggiamenti di riorganizzazione e resistenza da parte di alcune strutture, ha messo davanti agli occhi di tutti la necessità di un cambiamento epocale nella definizione ed erogazione di prestazioni residenziali per gli anziani.

Badate bene, è passata la sbornia pietistica e romantica del fai da te, e tali condizioni – seppur suggestive e struggenti – devono allontanare dal crogiolarsi in iniziative romantiche come la camera degli abbracci. Non che ciò non sia stato meritorio, ma dobbiamo andare avanti e guardare a un futuro rifondativo delle nostre strutture residenziali.

Il periodo Covid è stato fin dall’inizio come una tempesta che ha travolto tutti e tutto, ricordandoci l’impotenza dell’uomo nel confronto con la natura, avvilendo il narcisismo della scienza, della medicina, dell’infettivologia e mettendo a nudo le enormi carenze delle manovre di salute pubblica poste in essere in maniera più o meno congrua, per combattere la pandemia.

Vaccini e varianti

I vaccini hanno dimostrato le capacità culturali che la conoscenza e l’industria – seppur a fini di guadagno – possono mettere insieme di fronte alle sfide più potenti. Il vaccino ha modificato il decorso della malattia, anche se in continua rincorsa con i vari ceppi e le diverse varianti. Varianti dovute in parte anche all’incapacità della scienza di convincere esoteristi e no-vax di quanto sarebbe stata necessaria una vaccinazione per tutti… anche nei paesi emergenti (il tema della cessione dei brevetti è ancora aperto).

Ora tutta la popolazione mondiale paga comunque un prezzo elevatissimo all’incoscienza e ignoranza di pochi.

Qui sarebbe lungo e difficile dissertare sui mille perché della storia del Covid ad oggi… e non sappiamo bene se questo virus si comporterà come tutte le grandi pandemie (Spagnola in testa) o se dovremo continuare a fare i conti con le sue varianti e la sua mostruosa capacità di evoluzione e diffusione…

Una società si misura in civiltà per la sua capacità di tutelare

Per quanto attiene agli anziani, è morta una intera generazione di padri, nonni: una parte della spina dorsale di questo paese, degli uomini che lo avevano fondato e fatto grande. Una società si misura in civiltà per come tutela la maternità, per come tutela, cura ed educa l’infanzia, per uguaglianza tra i generi, per la tutela della disabilità e per la longevità – che è un miglioramento di specie, una dimostrazione di civiltà e di qualità delle cure – nonché di bontà del sistema previdenziale. Ma è certo un lusso e un privilegio di poche società avanzate.

Quando muore un vecchio è come una biblioteca che brucia

proverbio africano ripreso anche da Leopold Senghor

Detto questo, proviamo ad approfondire la nostra analisi sul tema di Covid, anziani e residenzialità.

Pur con errori fatti da molti nell’affrontare la pandemia, sia da istituzioni sanitarie, che organizzazioni e financo dalla politica che ha cercato, anche in momenti drammatici, una sorta di spettacolarizzazione mediatica finalizzata al consenso, siamo riusciti a combattere se non sconfiggere la malattia.

Tanti errori da parte di tutti, tante cose smentite dai fatti e dall’evoluzione e differenziazione del virus, hanno dimostrato – se ce ne fosse stata la necessità – ancora una volta l’impotenza dell’uomo nei confronti appunto della natura.

Un banale adenovirus modificato del raffreddore ha spazzato via milioni di persone e dato uno schiaffo al nostro sapere e a una sorta di onnipotenza terapeutica che ammantava la medicina moderna.

Cosa abbiamo imparato dall’emergenza Covid?

Bene, detto questo, cosa abbiamo imparato dalla pandemia? Direi poco o nulla, che il piano delle emergenze sanitarie non è documento da copia-incolla ministeriale, che le scorte e gli approvvigionamenti di materiali (leggi dai DPI in su…), non sono cose da trascurare, che alcuni materiali essenziali debbono essere prodotti in Italia o comunque facilmente e rapidamente fruibili per scorte… e tante altre cose.

Ma soprattutto abbiamo imparato che gli anziani, fragili e malati sono i soggetti più a rischio di gravità se infettati dal virus. (dati da: GEROcovid, GERO-LTCFs, e GeroVax). Cosa piuttosto scontata ovviamente, direi quasi prevedibile. Ma da qui al futuro, come muoversi?

Rifondare le RSA alla luce di quanto abbiamo imparato

Certo la residenzialità per anziani andrà rifondata, il modello strutturale dell’asilo, con luoghi di promiscuità ampiamente condivisi, non regge a infezioni sempre più diffusibili, come quelle indotte dalle varianti Covid (l’ultima Omicron ha una diffusibilità superiore a quella di morbillo e varicella). Abbiamo capito che limitare i contatti e i flussi in accesso nelle strutture è cosa da gestire con estrema cautela, che non bastano atteggiamenti eroici e romantici come la già citata “camera degli abbracci”, seppur encomiabili. Che va gestita una progettazione strutturale e di ristrutturazione, magari accedendo a fondi del PNRR, progettazione e ristrutturazione che parta davvero dall’individuo, forse così potremo approfondire un argomento caro anche a molti retori della programmazione assistenziale individuale che parlano di piani assistenziali individuali (PAI) – chissà che si possano realizzare veramente dappertutto e non solo su schede.

I tempi necessari

Quindi strutture nuove con regole nuove per percorsi, accessi, isolamenti, ambienti, modalità di cure specifiche da trasferire al personale (tutela del professionista e dell’ospite). La maniera migliore di prevenire questa pandemia e le future eventuali, sarà di comportarsi sempre come se si dovesse proteggere l’utente da una probabile infezione. Il ritorno alla cosiddetta normalità nelle relazioni umane e di cura richiederà tempi molto lunghi.

I nostri anziani NON HANNO TEMPO! Quindi bisogna pensare e affrontare subito, presto e in maniera efficace tutti questi temi.

L’esigenza di mantenere rette accessibili

Altro problema di rilievo, dati i costi energetici e le speculazioni di merito, saranno le rette, che metteranno in crisi strutture residenziali e famiglie.

Chi potrà sostenere i costi senza ribattere tutto sulla retta appannaggio di famiglie e anziani? Le regioni – credo – non potranno sostenere aggravi rilevanti, data la situazione generale dei costi e il sostegno che dovranno erogare a industrie e famiglie in difficoltà.

Inoltre dove troveremo medici, infermieri e altri professionisti disposti e disponibili all’attività nelle strutture residenziali, senza prevedere lauti finanziamenti aggiuntivi? Peraltro i professionisti non si trovano proprio a prescindere dall’incentivo finanziario…

Come si dovrà procedere in tema vaccinale per gli ultra fragili? Necessiteranno di vaccinazioni ad hoc, si dovrà forse ripensare un modello di prevenzione diverso e magari migliorare l’assistenza sanitaria di base a questi soggetti (tema molto delicato, talora dibattuto, ma troppo spesso negato).

L’importanza della vicinanza di famiglia e amici per i residenti nelle RSA

A persone che necessitano di touch e vicinanza dei nuclei familiari, di amici, come i nostri pazienti, come dare garanzie senza rinfocolare pregiudizi, rivendicazioni no vax, e donare la presenza ormai considerata terapeutica anche di bambini, operatori di Pet Therapy, musicoterapeuti, psicomotricisti e altre figure? Come pensare ad attività di… gruppo? Come utilizzare tablet e smart phone, non in emergenza, ma nell’abitudine quotidiana?

Certo i temi di complessità che il futuro ci chiede non si possono svolgere in poche righe. Il problema è pensarci, programmare, ricercare.

Una proposta

Io proporrei una sorta di costituente, ma operativa per gli anziani, non le solite commissioni fumose costituite dai soliti noti. Magari anche un vero piano anziani nazionale per la residenzialità. Potremmo ripercorrere il tragitto dei Quaderni della salute ministeriale (il meglio ad oggi tra i modelli assistenziali operativi nella residenzialità).

So che in un paese come il nostro è difficile, se non impossibile, affrontare un tema spinoso e risolverlo, ma forse ora abbiamo gli strumenti e le competenze per pensare a un futuro migliore per i nostri vecchi.


Per approfondire

Carenza di personale nelle RSA

Best Practice in RSA: 4 esempi

L’impatto della pandemia sugli anziani


About the Author: Studio Vega

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